Archivia Ottobre 2012

Tutti a letto! Storia del materasso

Pensiamo mai, quando dopo una giornata di lavoro, stanchi e ansiosi di riposare abbastanza per riattaccare con energia la mattina successiva, infine ci sdraiamo sul nostro comodo letto e ci avvolgiamo nelle nostre calde coperte, alla storia dell’oggetto che ci garantirà, come ogni notte, un sonno comodo e placido? Dopotutto, fra tanti e tanti oggetti che abbiamo regolarmente attorno, ce ne sono ben pochi che accompagnino la nostra civiltà da un tempo tanto esteso quanto il letto, e nello specifico il materasso; e sebbene ci debba parere quantomeno difficoltoso concepire un’evoluzione di un oggetto a noi tanto familiare, nelle migliaia di anni in cui è stato in servizio anche questo costante compagno ha visto migliorie e perfezionamento.

Il letto così come noi lo conosciamo, e quindi munito di materasso, ha le sue antichissime origini già in fase preistorica, e per essere precisi nel periodo Neolitico. A voler essere precisi, a quell’epoca il termine più adeguato sarebbe non tanto materasso quanto giaciglio, dato che era comunemente costituito da un mucchio di foglie, rialzato su una armatura di base per difendersi dai parassiti, e coperto di pelli animali. Ma in Persia, più di cinquemila anni fa, abbiamo una sorpresa: materassi di pelle di capra riempiti… d’acqua! Il materasso ad acqua sembra avere progenitori di riguardo, e non limitati ai motel di provincia. Nel frattempo le cose nel resto del mondo non cambiano molto, e a Roma Antica, così come nel medioevo, i materassi sono sacchi pieni di lana o paglia per i poveri – e di piume per i ricchi.

La cifra essenziale del periodo del rinascimento fu il recupero di valori, dopo la pausa cupa e oscurantista del medioevo, come la gioia di vivere, la comodità e perfino, entro certi limiti, il lusso – chiaramente, non per tutti ma solo per chi poteva permetterselo. E appunto, sui materassi di piume e tela grezza delle case dei ricchi, iniziarono a apparire coperture di velluto o di broccato. Fu invece ancora più tarda, e la possiamo collocare nel mille e seicento, in pieno Barocco, l’invenzione di una comoda appendice alla conformazione di letto e materasso, ossia la rete – che rendeva ben più comodo e elastico l’insieme. Le prime erano costruite con corde, o con lacci di cuoio intrecciati, e dovettero essere una gradita evoluzione rispetto alle assi di legno precedenti.

Nel pieno degli anni ruggenti, anno 1926, la famosa azienda Dunlop sviluppa e presenta sul mercato una rivoluzionaria tecnologia per convertire la gomma vulcanizzata in una schiuma compatta: con il nome di mercato di Dunlopillo, e originariamente destinata alla vendita alla sola casa reale d’Inghilterra, è l’origine dei cuscini e dei materassi in lattice, la cui espansione è ancor oggi in grande crescita. I materiali tradizionali non passano però di moda, e dagli anni Trenta perfino per loro arriva una novità importante: la molla, responsabile del buon riposo di milioni di persone. È degli anni quaranta la comparsa sul mercato dei materassi gonfiabili, in tela impermeabilizzata e gommata. E oggi? Oggi l’attenzione, sempre in maggior misura, si va spostando verso la garanzia, grazie a materiali anallergici e compatti, di un sonno pulito e in posizione corretta. Comodi sì, perciò, chiaro: ma soprattutto, sani.

Copia o originale? Uno sguardo diverso sull’arte

Tutti noi, nel ciclo della nostra educazione, studiamo per lo meno per qualche anno (e magari non tutti proprio con totale e entusiasta impegno) qualche nozione di Arte e di Storia dell’Arte, che anche se insegnateci a livello puramente scolastico vanno a far parte delle basi su cui costruiamo il nostro modo di guardare, e di godere, l’arte stessa. Ma quando veniamo messi di fronte ad una realtà come quella dei falsi d’autore, è molto inconsueto che la nostra prima reazione non sia, se non sdegnata, quantomeno perplessa; se c’è infatti un principio che ci viene insegnato in modo pressochè universale, quale che sia stata la nostra educazione, è che l’arte è resa preziosa e importante dalla sua unicità, e che quindi poche cose sono contrarie all’idea stessa di “arte” quanto la copia.

È in effetti il modo di vedere che la critica più sposa, ai nostri tempi: ma non dobbiamo affatto pensare che sia sempre stato così. Al contrario, la storia ci può riservare, a questo proposito, molte sorprese inaspettate, sia dal punto di vista dei concetti di cosa sia l’arte effettivamente, sia quando andiamo a scoprire cosa pensassero, nella pratica, dei falsi d’autore gli artisti celebri che siamo abituati ad amare e stimare.

Tutti oggi infatti, come dicevamo poc’anzi, che si tratti del pubblico medio, degli operatori del mercato, o soprattutto dei critici, sono concordi nel considerare che l’arte sia caratterizzata dalla rarità, sia dell’opera che della persona che la realizza, e che sia appunto l’identità dell’artista, il suo “nome” se vogliamo, a dare valore all’opera stessa, sia che si tratti di un quadro, che di una scultura. Tuttavia, non sempre le cose sono state così: per moltissimi secoli, Artista e Artigiano non sono stati sostantivi tanto differenti, e i due concetti sono stati, se non coincidenti, quantomeno ampiamente sovrapposti, e si è applicato al valore dell’opera il metro della tecnica esecutiva, e non dell’unicità o dell’originalità. E in quest’ottica, la copia, da grave colpa e antitesi dell’arte, diventa semplicemente omaggio, e anche necessaria tappa di comprensione da parte di un giovane artista per acquisire competenza e abilità. Non ci credete? Leggete cosa ne pensava qualche nome di sicuro celebre…

Michelangelo, per molti l’artista per antonomasia, crebbe artisticamente, da giovane, alla corte di Lorenzo il Magnifico, copiando le statue classiche e le opere di Masaccio che la adornavano; una volta cresciuto, è perfino risaputo che scolpì, per un acquirente entusiasta di statue antiche, un Cupido che poi trattò con terre acide, vendendoglielo con successo come antichissimo;

Peter Paul Rubens, il noto artista fiammingo, aveva una vera reverenza per gli artisti del Rinascimento, ed era solito alternare ai propri dipinti delle copie delle opere che più amava; la stessa “Battaglia di Anghileri” di Leonardo da Vinci che possiamo ammirare oggi è in realtà una sua copia, poiché l’originale è andato irrimediabilmente perso;

Tiziano Vecellio, il maestro veneziano famoso per il suo personalissimo uso del colore, realizzò una copia di un “Ritratto di Giulio II” niente meno che di Raffaello – copia che ancor adesso ammiriamo, esposta a Firenze, a Palazzo Pitti.

Viti: un mondo ampio e complesso

Presumibilmente (se non si tratta poi di noi in prima persona) tutti noi annoveriamo, fra le nostre conoscenze o amicizie, un esperto o per lo meno appassionato di bricolage: dove per noi il minimo lavoretto in casa è una seccatura, per lui è un piacere, e si equipaggia costantemente con macchinari e attrezzi d’aspetto e compito un po’ avvolti nel mistero. Ma se noi non abbiamo tale interesse, avremo in ogni modo, una volta o l’altra, dovuto piegarci alla occorrenza di aggiustare magari un mobiletto, di fissare un pezzo staccato come un’antina: e in quell’occasione avremo sicuramente adoperato uno strumento comunissimo, la vite. Se però per noi una vite altro non è che un piccolo pezzo di metallo filettato che usiamo per legare due pezzi separati stringendolo con un cacciavite, per l’esperto amico di cui parlavamo adesso non è che uno fra i tanti esemplari di viteria speciale che vengono prodotti per gli scopi e le funzioni più diverse, e che hanno caratteristiche diversissime e specifiche. Entriamo insieme in questo universo complesso.

Possiamo efficacemente iniziare la nostra analisi ragionando sul materiale di cui le viti sono composte. Tutti noi abbiamo familiarità con le comuni viti in acciaio, le più diffuse sul mercato: ma si tratta unicamente di una delle possibili varietà, la più generica sicuramente ma proprio per questo inadatta a particolari tipi di lavoro. Proviamo infatti, ad esempio, a fare l’ipotesi che il lavoro che stiamo effettuando sia destinato alla fine ad essere poi esposto a rischi di corrosione – pensiamo ad un mobiletto per il bagno, o peggio ancora da esterno, esposto sempre all’umidità; ecco che diventa palese che la vite d’acciaio non è più la scelta preferibile, e se chiederemo ad un esperto di bricolage questi ci consiglierà di passare ad un modello di un altro metallo, che sia ottone, rame, bronzo, o perfino nickel.

Un’altra utile differenziazione che ci può essere d’aiuto per orientarci nel mondo complicato delle viti è quella in base al materiale di cui sono composte le parti che esse andranno a collegare e tenere saldamente unite. Se infatti siamo soliti vedere, e lavorare con le viti da legno, non dobbiamo dimenticare che esiste una rilevante scelta di viti da metallo. Queste sono, comunemente, autofilettanti, ossia scavano direttamente nel materiale il percorso a cui aggrapparsi per trattenerlo, e non richiedono quindi forature preliminari con un succhiello. Poiché qui il materiale da forare è molto robusto, le viti da metallo sono generalmente costruite in acciaio duro; tuttavia, siccome un problema di ruggine sarebbe qui ancora più grave (perché la corrosione potrebbe iniziare dalla vite e poi diffondersi ai pezzi di metallo che essa trattiene, compromettendo l’intera struttura), esse vengono normalmente sottoposte ad un procedimento di nichelatura o zincatura, così da proteggerle da rischi di ossidazione.

Oltre a queste due, possiamo fare un’enorme quantità di altre classificazioni, tutte ragionevoli. La testa delle viti, ad esempio, può essere piatta, o invece tonda, o se ci occorre portarla a filo con un pannello senza che sporga, svasata; sulla testa l’invito per il cacciavite può essere a taglio o a croce (oggi più diffuso per ospitare gli avvitatori automatici) oppure può esserci un alloggiamento esagonale per una brugola; con viti speciali, come quelle da specchio o quelle a doppia filettatura, quel che è certo è che per ogni lavoro esiste una vite perfetta!

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