Pregi e pericoli dell’alcool isopropilico

Oggi viviamo, letteralmente, circondati da una quantità enorme di prodotti chimici di sintesi, delle cui proprietà positive ci serviamo, solitamente, senza avere in realtà non soltanto un’idea chiara, ma neppure un’infarinatura dei processi chimici e delle caratteristiche che li rendono così utili e quindi così diffusi – e quindi anche senza conoscerne i possibili pericoli. Sicuramente, fra queste, c’è l’alcool isopropilico.

Questo composto, che normalmente ha il suo utilizzo primario come ingrediente nei prodotti detergenti, ha un caratteristico odore e nessun colore; ve ne sono due isomeri diversi, l’1-propanolo, che prende il nome anche di alcool n-propilico, e l’alcool isopropilico vero e proprio, ossia il 2-propanolo. La reazione che lo sintetizza è molto semplice, richiedendo essenzialmente acqua e propene; quest’ultimo è un idrocarburo di larghissima diffusione in natura.

Le caratteristiche utili dell’alcool isopropilico sono numerosissime. Come dicevamo, viene spesso usato nei detergenti, per via delle sue proprietà fungicide, viricide e battericide; questo lo rende anche ideale sia per pulizie specifiche (pensiamo ai rasoi dei barbieri) che nei generali antisettici che troviamo nella casa. In campo industriale, d’altro canto, questo alcool trova un impiego significativo come solvente nei procedimenti più diversi, come nella fabbricazione degli inchiostri, nella produzione di acetone e glicerolo, e nel campo farmaceutico e cosmetico.

Ciò nonostante, non conferiamo solo pregi a questa sostanza. Anche se può parere strano viste le sue applicazioni, l’alcool isopropilico ha un elevato grado di tossicità, ed è velenoso, sia per inalazione che per contatto e ingestione, rendendolo pericolosissimo specie per i bambini. I sintomi vanno da nausea a mal di testa per brevi esposizioni a depressione del sistema nervoso centrale e perfino coma nei casi gravi. In casa dovremo guardarci soprattutto dai rischi di ingestione accidentale, mentre nell’ambito industriale, con grandi volumi, è l’inalazione il pericolo maggiore, che può essere scongiurato solo con l’utilizzo di particolari protezioni sia per gli occhi, che possono rimanere irritati, che delle vie respiratorie.

E dove li portiamo a mangiare? Il banchetto di nozze

Il gran giorno si sta avvicinando, e le cose da fare anziché ridursi sembrano aumentare: organizzare le proprie nozze è sempre un lavoro intenso. Scelto il luogo per la cerimonia, c’è da pensare ai vestiti; una volta approvati i vestiti, bisogna pensare alle bomboniere; queste ancora non sono pronte, che già va stilata una lista definitiva degli invitati… e prima o poi, inevitabilmente, arriva il momento di scegliere fra i tanti un ristorante adatto al nostro ricevimento, in città, o in qualche località più isolata, magari in campagna. Come non farsi travolgere da questo ennesimo compito? Non è difficile, se si presta attenzione a cinque semplici fattori – e anzi, sarà divertente!

– il tipo di locale
Già: che tipo di ricevimento volete? Non sono più i tempi in cui tutte le feste di nozze si assomigliavano – per non dire che erano quasi identiche, dall’organizzazione generale ai più specifici dettagli. Oggi molte limitazioni un tempo rigide si sono rilassate, e per fortuna è possibile dare al proprio ricevimento il tono che si preferisce: ma perché questo funzioni, è importante scegliere un locale che possa sostenere il tema che avete in mente. Dalla festa rustica, a un moderno pranzo in piedi con musica e ballo, fino al classico banchetto ai tavoli in ambiente formale, non avete limiti: sicuramente una attenta ricerca vi farà trovare il locale che fa per voi!

-le dimensioni del locale
Quante persone invitiamo? È uno dei grandi dilemmi dei matrimoni, e la scelta, in realtà, non può che stare agli sposi. Tuttavia, al momento di scegliere il ristorante, è una scelta che deve essere stata già fatta, e con un ragionevole livello di precisione: la festa ne verrebbe sicuramente compromessa, se i convitati si trovassero stretti come sardine, esattamente come, d’altro canto, se la sala scelta fosse semivuota, dando l’impressione che molti invitati avessero dato forfait. Per fortuna, esistono ristoranti con sale delle dimensioni più diverse, da piccole sale intime a grandi saloni per ospitare centinaia di persone.

– la musica
È una festa! E gli invitati, sicuramente, saranno felici di essere con gli sposi a condividere questa gioia – non soltanto mangiando insieme. Soprattutto in presenza di una considerevole fetta di giovani, è bene prevedere dello spazio e del tempo per ballare tutti insieme: al vostro gusto scegliere se invitare un DJ, affidarvi a della musica registrata, o magari chiamare un gruppo a suonare dal vivo!

-il Menù
E finalmente, uno dei punti decisamente cruciali: cosa si mangia? È senza dubbio l’argomento più dibattuto, e giustamente: è importante saper tenere conto dei gusti di tutti, e soprattutto nei ricevimenti con molti invitati può non essere semplice. Fatevi venire in aiuto dallo staff del ristorante: sicuramente troverete l’esperienza e la competenza che potranno levarvi dall’impasse e farvi stilare un menù ideale.

-il budget
E per finire, ahimè, il punto dolente di ogni festa: i costi. Sebbene sia vero che si preferirebbe sempre non badare a spese, almeno in un giorno come questo, non sempre è possibile. Va però detto che non sempre è necessario avere una disponibilità faraonica per organizzare un bel ricevimento: focalizzandosi sugli elementi importanti, è possibile far fruttare al meglio anche un budget ridotto!

L’uso della fibra ottica nei laser di nuova concezione

Non esiste tecnologia o aspetto della scienza che non possa essere innovato, migliorato, approfondito. Gli esempi di questo principio importantissimo sono tutti intorno a noi; uno fra questi è sicuramente rappresentato dalle tecnologie laser, che dopo decenni di esistenza e utilizzo ormai diffuso a tutti i livelli industriali, con ottimi risultati, hanno subito un significativo scossone ad opera di quella novità rappresentata dai laser a fibra. E tutto questo nonostante, come dicevamo, non ci fossero palesi difetti o mancanze nell’operatività dei laser di vecchia concezione, ma perché la nuova scoperta ha dimostrato dei vantaggi così evidenti e desiderabili da conquistare a ritmo rapidissimo intere fette del mercato.

La fibra ottica che caratterizza questi laser è tipicamente utilizzata nell’industria delle telecomunicazioni; nello specifico, ci riferiamo al “giunto in fibra”, che viene sfruttato proprio per ovviare ad un problema tradizionale dei macchinari laser: quello del disallineamento. Nei modelli di vecchia concezione, infatti, la fibra attiva, i combinatori, e i diodi di pompa sono parti separate, ed è soltanto durante l’assemblaggio che vengono allineate e fissate su un supporto. Purtroppo un laser però opera a temperature tali da rendere la deformazione termica una realtà molto concreta, e quando questa va ad alterare la perfetta linearità della base, l’allineamento viene compromesso e con esso la perfetta funzionalità del laser. Il giunto in fibra ovvia a tutto questo collegando insieme le parti citate e rendendole solidali fin dall’inizio, evitando il problema della perdita d’allineamento.

I risultati pratici sono di due tipi, ed entrambi concorrono a rendere il laser a fibra migliore, e più performante, dei suoi predecessori. Come prima cosa, infatti, la manutenzione richiesta dallo strumento, già storicamente bassa nel campo del laser, diventa pressoché inesistente; dall’altro si raggiunge un’efficienza di conversione ottica di ordine superiore, attorno al trenta per cento, anche con l’impiego di basse potenze di poche centinaia di watt.

Packaging per cosmetici: perché la plastica?

La plastica è un derivato del petrolio, lavorato da aziende specializzate come GRG. La cosa può dare effettivamente strane sensazioni quando la si riferisce alla fabbricazione di tappi in plastica per cosmetici, ma in effetti è difficile trovare un materiale più adatto.

Innanzitutto la plastica non è di un solo tipo: nell’industria cosmetica, ad esempio, ne vengono usati almeno quattro tipi diversi HDPE, PP, PVC e PETG.

Tutte le plastiche hanno comunque alcune caratteristiche in comune che le rendono particolarmente indicate per l’utilizzo nel settore cosmetico.

Inerzia. Il materiale plastico, se lavorato e conservato correttamente risulta completamente inerte nei confronti dei prodotti cosmetici; questo significa sostanzialmente che non può interagire con il prodotto che è destinato a contenere, ne dal punto di vista chimico ne da quello fisico.
Questo fattore è molto importante, in quanto il prodotto deve garantire, al netto della conservazione corretta, una costante qualità delle proprie caratteristiche organolettiche e costituenti.

Duttilità. Tutte le materie plastiche sono estremamente duttili e semplici da lavorare (fatta eccezione per alcuni particolari polimeri) e sono quindi convenienti per i procedimenti di stampaggio ed assemblaggio richiesti dall’industria cosmetica.

Riciclabilità. La plastica può essere quasi sempre riciclata quasi totalmente ed è quindi un materiale che consente un notevole recupero.

Adattabilità. Per tutte le caratteristiche dette finora, i vari tipi di materiale plastico sono adattabili a tutte le marche e alle diverse tipologie di prodotto. Da parte di chi produce questo tipo di packaging questo si traduce nella possibilità di acquistare la materia prima in quantità davvero estese senza diversificare troppo il tipo di materia di cui approvvigionarsi.

Per la realizzazione dei diversi tipi di packaging per cosmetici vengono utilizzati macchinari di stampa appositi, che consentono le diverse tipologie di lavorazione a seconda del materiale e della sua destinazione d’uso: ad esempio l’estrusione nel caso dei tubi erogatori (peraltro realizzati in plastica morbida), o altri tipi di lavorazione che però risultano standard al netto delle dimensioni di lavorazione.

Fanno eccezione a ciò quei particolari contenitori che sono quasi degli oggetti di design e per i quali è necessario realizzare stampi particolari per la loro lavorazione ma, almeno per quanto riguarda il settore cosmetico, si tratta senz’altro di eccezioni.

I punti metallici

Sono ormai millenni che l’umanità scrive, registra e archivia informazioni di ogni categoria su fogli di carta o di pergamena; ed è da altrettanto tempo che si pone il dilemma di amministrare, mettere in ordine, arrangiare tali masse di informazioni in una maniera che le rendesse di facile consultazione per le strutture governative, direttive e burocratiche. Ci sono dunque millenni di storia dei sistemi usati a tale fine: dalla cucitura dei fogli, all’uso della colla, a metodi più strani come il legare i fogli con nastroe e saldarli con la cera – proprio nell’angolo superiore sinistro, come facciamo noi al giorno d’oggi, e come fecero degli accademici nel 1200.

Fu solo alla corte di re Luigi XV, in Francia, nel millesettecento, che degli artigiani realizzarono la prima macchina pinzatrice della storia – un pezzo unico, evidentemente, del tutto fabbricato a mano per essere, precisamente, degno di un re. A quanto pare utilizzava punti metallici d’oro massiccio, incastonati addirittura di gemme preziose, e incisi uno per uno con il sigillo della Corte Reale – ma ovviamente, si trattava di un dispositivo che non aveva nulla di ordinario, e non era certo immaginato per un utilizzo massivo.

Un passo avanti venne fatto nel 1866, negli Stati Uniti, dove la Novelty Manufacturing Company costruì e commercializzò il primo vero antenato della macchina che utilizziamo oggi: le differenze erano però sostanziali. Conteneva infatti un solo punto metallico per volta, e inoltre si limitava a spingerlo nella carta, senza chiuderlo – operazione che andava effettuata a mano, con corposo spreco di tempo. Fu solamente tredici anni più tardi, nel 1879, che comparve una macchina in grado di richiudere il punto metallico, la McGill’s. Sfortunatamente però anche in questo caso non c’era caricatore, e dover inserire un nuovo punto manualmente ogni volta si dimostrò un grandissimo incomodo.

Fu nel 1895, e per la precisione nella città di Norwalk nel Connecticut, che la Hotchkiss Company produsse e iniziò a vendere la prima pinzatrice capace di utilizzare lunghe strisce di punti metallici legati insieme: il modello No.1. C’era però ancora un difetto: per separare i punti era richiesta un’azione alquanto violenta sulla leva, tanto che spesso, negli uffici, veniva adoperato addirittura un mazzuolo. Per giungere ad un modello veramente comodo ed efficace, tanto che il suo design non è praticamente più mutato fino ai giorni nostri, dobbiamo arrivare nientemeno al 1937, quando Jack Linsky brevettò la sua Swingline N.3.

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Problemi dell’ambiente urbano: i piccioni

In molte delle nostre città, sono una presenza non solo storica, ma addirittura quasi un’attrattiva per i visitatori: pensiamo a Piazza del Duomo, a Milano, o a Piazza San Marco a Venezia, dove decine di persone vendono sacchetti di semi per attirarli, e migliaia di turisti si affollano per farsi fotografare circondati da dozzine di questi uccelli. Ma malgrado questo, il problema piccioni è reale e grave, e ben più rilevante di questa complementare attrattiva turistica – sia per lo stato delle nostre città, che per la salute dei loro abitanti.

La questione sanitaria e i rischi di malattia

Non sono in molti a preoccuparsene, e in effetti neanche a rendersene conto, ma con un semplice ragionamento è istantaneo capire il problema. L’ambiente in cui i piccioni si trovano a vivere è per forza sporco ed impuro – e così si può dire del loro vitto quotidiano. Ne deriva che, necessariamente, le loro feci sono ricche di batteri pericolosi – legati a malattie gravi e perfino mortali per gli esseri umani.

Stiamo parlando di malattie con nomi temibili: salmonellosi, meningite, encefalite e toxoplasmosi. E non solamente, anche quelle dipendenti da spore fungine a cui i piccioni vengono esposti e che poi finiscono nelle loro feci – come istoplasmosi e cryptococco – sono possibili contagi. Nemmeno evitare il contatto è una misura efficace, perché le feci seccano e si polverizzano, e l’aria le trasporta e le diffonde.

La questione ambientale e il rischio strutturale

Facilmente è capitato a tutti di accorgersene, anche soltanto lasciando parcheggiata l’automobile all’aperto: ma il problema è più grave del semplice compromettersi di una carrozzeria. Le feci dei piccioni hanno natura decisamente acida, e sono quindi fortemente corrosive – tanto che non soltanto possono decolorare o danneggiare una statua, (problema comunque serio), ma addirittura arrivare a compromettere tanto una struttura portante, come quella di un ponte, da renderne possibile il crollo.

Ma esiste un ultimo problema, forse ancora più preoccupante di quelli già descritti, che deriva dalla presenza eccessiva di escrementi di piccione. Oltre infatti ai rischi di corrosione e al danno estetico (pensiamo all’incuria, all’idea di sporcizia, che vengono trasmesse da una città lorda di feci di piccione), bisogna anche tenere conto del pericolo di incendi: tali feci e le piume cadute, infatti, sono altamente infiammabili, e accumulandosi come di frequente accade nelle tubazioni, venendo risucchiate dai sistemi di ventilazione, possono far sorgere un rischio elevatissimo.

Tutti a letto! Storia del materasso

Pensiamo mai, quando dopo una giornata di lavoro, stanchi e ansiosi di riposare abbastanza per riattaccare con energia la mattina successiva, infine ci sdraiamo sul nostro comodo letto e ci avvolgiamo nelle nostre calde coperte, alla storia dell’oggetto che ci garantirà, come ogni notte, un sonno comodo e placido? Dopotutto, fra tanti e tanti oggetti che abbiamo regolarmente attorno, ce ne sono ben pochi che accompagnino la nostra civiltà da un tempo tanto esteso quanto il letto, e nello specifico il materasso; e sebbene ci debba parere quantomeno difficoltoso concepire un’evoluzione di un oggetto a noi tanto familiare, nelle migliaia di anni in cui è stato in servizio anche questo costante compagno ha visto migliorie e perfezionamento.

Il letto così come noi lo conosciamo, e quindi munito di materasso, ha le sue antichissime origini già in fase preistorica, e per essere precisi nel periodo Neolitico. A voler essere precisi, a quell’epoca il termine più adeguato sarebbe non tanto materasso quanto giaciglio, dato che era comunemente costituito da un mucchio di foglie, rialzato su una armatura di base per difendersi dai parassiti, e coperto di pelli animali. Ma in Persia, più di cinquemila anni fa, abbiamo una sorpresa: materassi di pelle di capra riempiti… d’acqua! Il materasso ad acqua sembra avere progenitori di riguardo, e non limitati ai motel di provincia. Nel frattempo le cose nel resto del mondo non cambiano molto, e a Roma Antica, così come nel medioevo, i materassi sono sacchi pieni di lana o paglia per i poveri – e di piume per i ricchi.

La cifra essenziale del periodo del rinascimento fu il recupero di valori, dopo la pausa cupa e oscurantista del medioevo, come la gioia di vivere, la comodità e perfino, entro certi limiti, il lusso – chiaramente, non per tutti ma solo per chi poteva permetterselo. E appunto, sui materassi di piume e tela grezza delle case dei ricchi, iniziarono a apparire coperture di velluto o di broccato. Fu invece ancora più tarda, e la possiamo collocare nel mille e seicento, in pieno Barocco, l’invenzione di una comoda appendice alla conformazione di letto e materasso, ossia la rete – che rendeva ben più comodo e elastico l’insieme. Le prime erano costruite con corde, o con lacci di cuoio intrecciati, e dovettero essere una gradita evoluzione rispetto alle assi di legno precedenti.

Nel pieno degli anni ruggenti, anno 1926, la famosa azienda Dunlop sviluppa e presenta sul mercato una rivoluzionaria tecnologia per convertire la gomma vulcanizzata in una schiuma compatta: con il nome di mercato di Dunlopillo, e originariamente destinata alla vendita alla sola casa reale d’Inghilterra, è l’origine dei cuscini e dei materassi in lattice, la cui espansione è ancor oggi in grande crescita. I materiali tradizionali non passano però di moda, e dagli anni Trenta perfino per loro arriva una novità importante: la molla, responsabile del buon riposo di milioni di persone. È degli anni quaranta la comparsa sul mercato dei materassi gonfiabili, in tela impermeabilizzata e gommata. E oggi? Oggi l’attenzione, sempre in maggior misura, si va spostando verso la garanzia, grazie a materiali anallergici e compatti, di un sonno pulito e in posizione corretta. Comodi sì, perciò, chiaro: ma soprattutto, sani.

Copia o originale? Uno sguardo diverso sull’arte

Tutti noi, nel ciclo della nostra educazione, studiamo per lo meno per qualche anno (e magari non tutti proprio con totale e entusiasta impegno) qualche nozione di Arte e di Storia dell’Arte, che anche se insegnateci a livello puramente scolastico vanno a far parte delle basi su cui costruiamo il nostro modo di guardare, e di godere, l’arte stessa. Ma quando veniamo messi di fronte ad una realtà come quella dei falsi d’autore, è molto inconsueto che la nostra prima reazione non sia, se non sdegnata, quantomeno perplessa; se c’è infatti un principio che ci viene insegnato in modo pressochè universale, quale che sia stata la nostra educazione, è che l’arte è resa preziosa e importante dalla sua unicità, e che quindi poche cose sono contrarie all’idea stessa di “arte” quanto la copia.

È in effetti il modo di vedere che la critica più sposa, ai nostri tempi: ma non dobbiamo affatto pensare che sia sempre stato così. Al contrario, la storia ci può riservare, a questo proposito, molte sorprese inaspettate, sia dal punto di vista dei concetti di cosa sia l’arte effettivamente, sia quando andiamo a scoprire cosa pensassero, nella pratica, dei falsi d’autore gli artisti celebri che siamo abituati ad amare e stimare.

Tutti oggi infatti, come dicevamo poc’anzi, che si tratti del pubblico medio, degli operatori del mercato, o soprattutto dei critici, sono concordi nel considerare che l’arte sia caratterizzata dalla rarità, sia dell’opera che della persona che la realizza, e che sia appunto l’identità dell’artista, il suo “nome” se vogliamo, a dare valore all’opera stessa, sia che si tratti di un quadro, che di una scultura. Tuttavia, non sempre le cose sono state così: per moltissimi secoli, Artista e Artigiano non sono stati sostantivi tanto differenti, e i due concetti sono stati, se non coincidenti, quantomeno ampiamente sovrapposti, e si è applicato al valore dell’opera il metro della tecnica esecutiva, e non dell’unicità o dell’originalità. E in quest’ottica, la copia, da grave colpa e antitesi dell’arte, diventa semplicemente omaggio, e anche necessaria tappa di comprensione da parte di un giovane artista per acquisire competenza e abilità. Non ci credete? Leggete cosa ne pensava qualche nome di sicuro celebre…

Michelangelo, per molti l’artista per antonomasia, crebbe artisticamente, da giovane, alla corte di Lorenzo il Magnifico, copiando le statue classiche e le opere di Masaccio che la adornavano; una volta cresciuto, è perfino risaputo che scolpì, per un acquirente entusiasta di statue antiche, un Cupido che poi trattò con terre acide, vendendoglielo con successo come antichissimo;

Peter Paul Rubens, il noto artista fiammingo, aveva una vera reverenza per gli artisti del Rinascimento, ed era solito alternare ai propri dipinti delle copie delle opere che più amava; la stessa “Battaglia di Anghileri” di Leonardo da Vinci che possiamo ammirare oggi è in realtà una sua copia, poiché l’originale è andato irrimediabilmente perso;

Tiziano Vecellio, il maestro veneziano famoso per il suo personalissimo uso del colore, realizzò una copia di un “Ritratto di Giulio II” niente meno che di Raffaello – copia che ancor adesso ammiriamo, esposta a Firenze, a Palazzo Pitti.

Viti: un mondo ampio e complesso

Presumibilmente (se non si tratta poi di noi in prima persona) tutti noi annoveriamo, fra le nostre conoscenze o amicizie, un esperto o per lo meno appassionato di bricolage: dove per noi il minimo lavoretto in casa è una seccatura, per lui è un piacere, e si equipaggia costantemente con macchinari e attrezzi d’aspetto e compito un po’ avvolti nel mistero. Ma se noi non abbiamo tale interesse, avremo in ogni modo, una volta o l’altra, dovuto piegarci alla occorrenza di aggiustare magari un mobiletto, di fissare un pezzo staccato come un’antina: e in quell’occasione avremo sicuramente adoperato uno strumento comunissimo, la vite. Se però per noi una vite altro non è che un piccolo pezzo di metallo filettato che usiamo per legare due pezzi separati stringendolo con un cacciavite, per l’esperto amico di cui parlavamo adesso non è che uno fra i tanti esemplari di viteria speciale che vengono prodotti per gli scopi e le funzioni più diverse, e che hanno caratteristiche diversissime e specifiche. Entriamo insieme in questo universo complesso.

Possiamo efficacemente iniziare la nostra analisi ragionando sul materiale di cui le viti sono composte. Tutti noi abbiamo familiarità con le comuni viti in acciaio, le più diffuse sul mercato: ma si tratta unicamente di una delle possibili varietà, la più generica sicuramente ma proprio per questo inadatta a particolari tipi di lavoro. Proviamo infatti, ad esempio, a fare l’ipotesi che il lavoro che stiamo effettuando sia destinato alla fine ad essere poi esposto a rischi di corrosione – pensiamo ad un mobiletto per il bagno, o peggio ancora da esterno, esposto sempre all’umidità; ecco che diventa palese che la vite d’acciaio non è più la scelta preferibile, e se chiederemo ad un esperto di bricolage questi ci consiglierà di passare ad un modello di un altro metallo, che sia ottone, rame, bronzo, o perfino nickel.

Un’altra utile differenziazione che ci può essere d’aiuto per orientarci nel mondo complicato delle viti è quella in base al materiale di cui sono composte le parti che esse andranno a collegare e tenere saldamente unite. Se infatti siamo soliti vedere, e lavorare con le viti da legno, non dobbiamo dimenticare che esiste una rilevante scelta di viti da metallo. Queste sono, comunemente, autofilettanti, ossia scavano direttamente nel materiale il percorso a cui aggrapparsi per trattenerlo, e non richiedono quindi forature preliminari con un succhiello. Poiché qui il materiale da forare è molto robusto, le viti da metallo sono generalmente costruite in acciaio duro; tuttavia, siccome un problema di ruggine sarebbe qui ancora più grave (perché la corrosione potrebbe iniziare dalla vite e poi diffondersi ai pezzi di metallo che essa trattiene, compromettendo l’intera struttura), esse vengono normalmente sottoposte ad un procedimento di nichelatura o zincatura, così da proteggerle da rischi di ossidazione.

Oltre a queste due, possiamo fare un’enorme quantità di altre classificazioni, tutte ragionevoli. La testa delle viti, ad esempio, può essere piatta, o invece tonda, o se ci occorre portarla a filo con un pannello senza che sporga, svasata; sulla testa l’invito per il cacciavite può essere a taglio o a croce (oggi più diffuso per ospitare gli avvitatori automatici) oppure può esserci un alloggiamento esagonale per una brugola; con viti speciali, come quelle da specchio o quelle a doppia filettatura, quel che è certo è che per ogni lavoro esiste una vite perfetta!

Mantenere il controllo sulla propria casa: un passo importante per i disabili

Quando ci capita di pensare ad un disabile e ai problemi che può dover affrontare, molto spesso siamo portati ad immaginare qualcuno affetto da una malattia, o una malformazione, congenita: qualcuno per il quale la disabilità è sempre stata una parte della vita, e che quindi è in un certo senso allenato a gestirla e l’ha accettata come un ingrediente della sua quotidianità. Nonostante naturalmente questo non annulli i problemi che ne derivano, rimane tuttavia certo che la persona è cresciuta con la giusta “attrezzatura”, sia psicologica che pratica, per affrontare il problema. Ciononostante, questa è una grossolana generalizzazione, e non tiene conto di come esistano persone per cui la disabilità arriva all’improvviso, per esempio per un trauma, o anche con l’avanzare dell’età e lo svilupparsi dei problemi di salute che ad esso sono legati.

In questo caso, le cose si fanno notevolmente diverse, perché alle difficoltà, ad esempio motorie, che derivano subito in senso fisico dall’handicap, si vanno ad addizionare una serie consistente di problemi di ordine psicologico, legati alla sensazione di privazione di capacità prima possedute; lo stress e l’eventuale depressione derivanti da questo ordine di problemi possono, molto praticamente, mostrarsi perfino più gravi e dannosi di quanto non sia l’effettiva disabilità di tipo fisico. Di fronte a questo, è importantissimo riuscire a alimentare nella persona colpita un senso del rispetto di sé e del proprio valore, a cominciare dalla conservazione quanto più possibile esatta del suo ambiente, e particolarmente della sua casa, che è carica di importanti significati.

E appunto quando la casa in questione non è stata studiata per ospitare una persona colpita da handicap, e per esempio che ha bisogno di una sedia a rotelle per spostarsi, può essere presente un elemento architettonico che, di per sé molto elegante e apprezzato, può divenire una barriera completamente insormontabile: una scala. La moderna tecnologia ha fortunatamente sviluppato dei servoscale per disabili e persone con difficoltà motorie in generale, il che permette loro di salire le scale ed accedere ai piani superiori della casa. In questo modo diventa possibile scongiurare la soluzione che un tempo era l’unica, e tuttora a molti parrebbe la più immediata e logica, ossia il cambiare casa o il ridurre la zona utilizzata al solo piano terra, che è invece quanto di più scorretto, sotto un punto di vista psicologico, si possa fare.

Essendo appunto la casa tanto legata a sensazioni e a simbolismi di sicurezza, ma anche di soddisfazione e padronanza, sentirsi esclusi perfino da una parte della propria dimora, o peggio ancora essere costretti ad abbandonarla, avrebbe delle ricadute pesantissime sullo stato di abbattimento e demoralizzazione di cui parlavamo. Il mantenimento di un ambiente noto, all’opposto, rassicura e riduce, per quanto naturalmente praticabile di fronte ad un avvenimento traumatizzante, la sensazione di impotenza. E d’altro canto, scoprire che con un piccolo espediente si è ancora padroni della propria casa può aiutare ad indurre il disabile a ritrovare gli altri modi in cui, magari con accorgimenti parimenti semplici, può ritornare anche ad essere padrone della propria vita.

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