La pectina: non solo per le marmellate

La pectina: non solo per le marmellate

Tutti la conosciamo per avere visto usare la pectina almeno una volta, in casa, per addensare una marmellata risultata troppo fluida: questo agente gelificante estratto dalla frutta tende a legarsi con l’acqua in ambiente acido, soprattutto se zuccherino, e quindi ha spesso questo impiego. Ma esistono anche altri utilizzi per questa sostanza: eccone cinque che forse non conoscevate!

Come agente disintossicante
Negli ultimi anni, molti studi tesi a scoprire come abbassare la tossicità dei metalli pesanti e dei farmaci hanno iniziato a incorporare nelle procedure l’ingestione di gelatine a base di agrumi, e ingerire pectina in polvere sciolta in succo di frutta si è dimostrato un elemento importante e potente nei programmi di disintossicazione rigorosi. La pectina si lega infatti a svariate sostanze chimiche nel corpo, addensando i sottoprodotti di scarto e impedendo quindi al corpo di assorbirle e rimanerne intossicato.

Come preservatore degli aromi
L’eccessiva cottura di qualsiasi alimento ne altera spesso irrimediabilmente il sapore: per la frutta fresca, specialmente quando utilizzata nelle caramelle o nei dolci, questo è particolarmente evidente, e porta sovente ad un prodotto finito di sapore troppo blando. L’aggiunta di pectina in cottura ne accorcia i tempi, e preserva significativamente il sapore originale del frutto: un esempio classico e di grande evidenza si ha con le crostate di fragole, che acquistano così un sapore molto più fresco e intenso.

Come preservatore dei colori

Quanto detto per i sapori dei cibi e la cottura prolungata vale anche di più per il loro colore brillante. Per fortuna, la pectina anche qui viene in aiuto: sempre accorciando i tempi di cottura necessari aiuta i cibi a mantenere tutto il loro originale arcobaleno di colori. Questo non soltanto rende i cibi più belli da vedere e appetibili, ma permette anche di evitare l’aggiunta di coloranti artificiali, con evidenti ricadute positive sulla salute.

Come addensante

L’aggiunta di pectina rende rapidissimo l’addensamento di salse e zuppe, sia in ambito industriale che sui fornelli della nostra cucina domestica. Sotto l’azione del calore, infatti, la pectina gelifica, legandosi alle molecole del cibo; questo processo si fa ancora più intenso in presenza di zuccheri semplici, e permette di ottenere zuppe e salse dense e cremose senza rovinarne il sapore con cotture lunghissime.

Il procedimento di nichelatura con nichel chimico

Il procedimento di nichelatura con nichel chimico

La nichelatura è una procedura comunissima nel campo dei trattamenti superficiali dei metalli, e viene praticata essenzialmente per proteggere un oggetto metallico dalla corrosione e dall’usura ricoprendolo, appunto, di un sottile strato di nichel, così da conferire all’intera superficie le superiori proprietà di questo materiale. Due sono i procedimenti utilizzati in questo campo: uno, più tradizionale, che fa uso dell’energia elettrica, e un altro che sta conquistando sempre maggior popolarità, ossia quello con nichel chimico.

Il procedimento a nichel chimico prevede essenzialmente un bagno specifico, mantenuto ad alta temperatura, intorno ai 90° Celsius, nel quale l’oggetto viene immerso per il tempo necessario alla formazione dello strato protettivo, e quindi tanto più a lungo quanto più si richiede che tale strato sia spesso e resistente: una decisione che dipende fondamentalmente dallo scopo della nichelatura, che può essere condotta sia per motivi estetici, così da permettere una finitura lucida e a specchio, sia per motivi meccanici di protezione di un particolare metallico.

Esiste anche una nichelatura condotta a temperature molto più basse, intorno alla temperatura ambiente, ma solitamente questo tipo di nichel chimico viene utilizzato come base, e non come finitura: questo è anche il caso della nichelatura di oggetti che non possono sostenere temperature particolarmente elevate, e anche la durata è limitata a circa dieci minuti – il che ovviamente risulta in uno strato di nichel molto sottile.

Naturalmente, prima di effettuare il bagno in nichel chimico, il pezzo – pensiamo ad esempio ad un paraurti di una macchina d’epoca – dovrà essere sottoposto ad un decappaggio completo, per eliminare qualsiasi traccia di grasso; ma fatto questo, la semplice immersione sarà sufficiente, senza ulteriori complicazioni, per permettere al nichel di depositarsi in uno strato uniforme e resistente sull’intera superficie dell’oggetto, proteggendolo da graffi e corrosione, qualsiasi sia la geometria, anche negli angoli più nascosti – il che rappresenta il maggior vantaggio della procedura a nichel chimico rispetto a quella elettrolitica.

I test per endotossina batterica per i prodotti sterili

I test per endotossina batterica per i prodotti sterili

Nel campo dei test di sterilizzazione, ricoprono un ruolo di significativa importanza i test per endotossina batterica. Queste tossine sono pirogeni generati dai batteri, e si trovano nelle membrane esterne che contengono lipopolisaccaridi. Quando entrano in contatto con il sangue, o con il fluido cerebrospinale, possono causare un aumento della temperatura corporea, uno shock settico, e perfino la morte. Si tratta di sostanze pericolosissime perché di grande potenza, stabili al calore, e in grado di superare molti filtri di sterilizzazione; inoltre, avendo natura puramente chimica, non vengono rilevate da molti test generici.

Il test di sterilizzazione per l’endotossina batterica è quindi uno degli esami specifici a cui devono esser sottoposti, in base alla Farmacopea, tutti i prodotti sterili e i dispositivi medici che devono essere impiantati nel corpo: questo per evitare effetti nocivi che vanno dalla febbre , alla distruzione delle cellule endoteliali, fino a bassa pressione per aumentata permeabilità dei vasi sanguigni. Questo test utilizza amebociti che sono in grado di identificare livelli pericolosi di frammenti di cellule batteriche potenzialmente carichi di tossine. Ne esistono tre modalità principali:

1. Gel-clot, che combina l’amebocita e l’endotossina in vitro, e produce coagulazione se questa è presente;
2. Turbidimetrico, dove viene valutato il tasso di crescita della torbidità in diretta proporzione con la concentrazione della sostanza nociva;
3. e cromogenico, che verifica il viraggio al giallo di uno specifico complesso rispetto ad una scala standard per misurare la presenza o meno della tossina.

Il secondo e terzo tipo di test sono valutazioni fotometriche; il test turbidimetrico genera molti falsi positivi, mentre quello cromogenico è vulnerabile a troppe sostanze diverse, il che lo rende spesso inefficace. Il test più sicuro e preciso è sicuramente il gel-clot. Purtroppo, questo è anche non automatizzabile, richiede significativo dispendio di tempo, ed è soggetto a denaturazione delle proteine, alterazioni del pH e azione di vari inibitori chimici e fisici.

Casa pulita e ambiente… pure!

Casa pulita e ambiente… pure!

A nessuno, tranne forse a qualche personaggio comico di barzellette e vignette, piace vivere in una casa che sia meno che pulita. E i motivi sono tanti: da un lato c’è la percezione istintiva che la pulizia sia la migliore garanzia di un ambiente salubre per il nostro corpo, in quanto la sporcizia è portatrice di germi e malattie; dall’altro, pubblicità, cinema, televisione e riviste ci propongono ormai come unico modello possibile quello di una casa sempre perfettamente linda e splendente, dove nulla può turbare la perfetta pulizia di ogni angolo, e questo genere di pressione mediatica non può essere privo di conseguenze sul sentire comune, anche quando ci si renda conto che certi modelli proposti sono addirittura irrealistici.

Parliamo però degli strumenti grazie ai quali otteniamo il risultato di avere una casa sempre impeccabile, ossia i numerosi prodotti per la pulizia che troviamo in commercio. Siamo certi che facciano bene al nostro corpo quanto ne fanno alla nostra casa? Se sì, stiamo commettendo un errore – o almeno, una grossolana e ottimistica generalizzazione. Un dato su tutti: nessuno di noi, ormai, può avere dubbi sul fatto che l’aria sia profondamente inquinata. Bene, l’aria all’interno delle nostre case, per via delle contaminazioni da sostanze tossiche contenute nei detergenti più famosi, come perossido, fosfati e nitrobenzene, è spesso inquinata e tossica il doppio di quella esterna.

E quando parliamo di contaminazione non parliamo di un semplice dato chimico, ma di conseguenze precise sulla nostra salute: problemi agli occhi, intossicazioni delle vie respiratorie, irritazioni cutanee sono soltanto alcuni degli effetti negativi di questo sovraccarico di sostanze contaminanti. Per risolvere il problema, naturalmente, la soluzione non è smettere di pulire la propria casa, ma passare all’utilizzo di prodotti che abbiano un maggior livello di rispetto sia della salute che dell’ambiente. E non preoccupiamoci: anche i prodotti ecologici, quando si tratta di eliminare lo sporco, hanno i risultati eccellenti a cui siamo abituati!

Reattore chimico: che cos’e’

Reattore chimico: che cos’e’

Per reattore chimico, nella sua definizione più classica e facendo riferimento al termine in ingegneria genetica, si intende una sorta di “contenitore” nel quale, al suo interno, si fanno avvenire delle reazioni chimiche.

Un reattore chimico si diversifica per tipologia a seconda della reazione da svolgervi, della natura chimica e delle sostanze coinvolte nonché dalla modalità di conduzione della reazione stessa, che può essere continua o discontinua (a lotti o batch).

Per la costruzione e la progettazione di un reattore chimico bisogna tener ben presenti sia gli aspetti chimici che quelli ingegneristici garantendo la resa migliore possibile e il dispendio minore in assoluto prendendo inoltre anche considerazione della pericolosità della reazione e anche della tossicità di reagenti e prodotti coinvolti.

Un reattore chimico richiede un dispendio finanziario notevole poiché deve procurarsi (per funzionare) non solo le materie prime, ma anche l’energia da fornire (come ad esempio l’agitazione e il riscaldamento), l’energia da rimuovere (nei casi in cui si renda necessario raffreddare la reazione) e anche i lavori degli operai legati alla conduzione della reazione: insomma un reattore chimico costa parecchio e comporta tanti acquisti da fare.

Per quanto riguarda l’operatività e la funzionalità di un reattore chimico, è necessario che avvengano due cose fondamentali: la miscelazione dei reagenti coinvolti (che può essere ottenuta mediante l’azione di miscelatori statici o agitatori) e che vi siano le condizioni termiche ottimali (temperatura, pressione) che possono essere raggiunte e mantenute tramite l’utilizzo di scambiatori di calore, condensatori, compressori e altro ancora.

Come già detto più sopra, i reattori chimici possono essere considerati, visti e divisi in due sottofamiglie: continui e discontinui.
Nei reattori a processi continui, ogni componente del reattore e ogni sua unità che compone il suddetto impianto chimico, opera 24 ore giornaliere e 7 giorni su 7, a condizioni praticamente sempre costanti. Nella norma infatti l’impianto viene fermato solo ogni due o anche più anni e solo per lavori riguardanti la manutenzione dello stesso.
Un reattore di tipo discontinuo invece alcune unità che lo compongono (solitamente sono i reattori batch) operano seguendo principi ben precisi, con il ciclo tipo carico – reazione – svuotamento.

I reattori chimici in buona sostanza, sono parte integrante, il cuore pulsante, degli impianti chimici in cui essi sono collocati, volti alla produzione industriale e al trattamento di sostanze chimiche su larga scala.
I rischi che comporta sono di tipo tossicologico poiché le reazioni che avvengono ogni giorno non sempre danno i risultati ottimali e bisogna ripetere il processo, andando a creare un rischio.
L’importante è che siano operativi e che mettano a disposizione dell’intero impianto chimico un’ottima performance di lavoro.

Per capire meglio l’importanza di questi compoenti, visita questo sito.

Pregi e pericoli dell’alcool isopropilico

Pregi e pericoli dell’alcool isopropilico

Oggi viviamo, letteralmente, circondati da una quantità enorme di prodotti chimici di sintesi, delle cui proprietà positive ci serviamo, solitamente, senza avere in realtà non soltanto un’idea chiara, ma neppure un’infarinatura dei processi chimici e delle caratteristiche che li rendono così utili e quindi così diffusi – e quindi anche senza conoscerne i possibili pericoli. Sicuramente, fra queste, c’è l’alcool isopropilico.

Questo composto, che normalmente ha il suo utilizzo primario come ingrediente nei prodotti detergenti, ha un caratteristico odore e nessun colore; ve ne sono due isomeri diversi, l’1-propanolo, che prende il nome anche di alcool n-propilico, e l’alcool isopropilico vero e proprio, ossia il 2-propanolo. La reazione che lo sintetizza è molto semplice, richiedendo essenzialmente acqua e propene; quest’ultimo è un idrocarburo di larghissima diffusione in natura.

Le caratteristiche utili dell’alcool isopropilico sono numerosissime. Come dicevamo, viene spesso usato nei detergenti, per via delle sue proprietà fungicide, viricide e battericide; questo lo rende anche ideale sia per pulizie specifiche (pensiamo ai rasoi dei barbieri) che nei generali antisettici che troviamo nella casa. In campo industriale, d’altro canto, questo alcool trova un impiego significativo come solvente nei procedimenti più diversi, come nella fabbricazione degli inchiostri, nella produzione di acetone e glicerolo, e nel campo farmaceutico e cosmetico.

Ciò nonostante, non conferiamo solo pregi a questa sostanza. Anche se può parere strano viste le sue applicazioni, l’alcool isopropilico ha un elevato grado di tossicità, ed è velenoso, sia per inalazione che per contatto e ingestione, rendendolo pericolosissimo specie per i bambini. I sintomi vanno da nausea a mal di testa per brevi esposizioni a depressione del sistema nervoso centrale e perfino coma nei casi gravi. In casa dovremo guardarci soprattutto dai rischi di ingestione accidentale, mentre nell’ambito industriale, con grandi volumi, è l’inalazione il pericolo maggiore, che può essere scongiurato solo con l’utilizzo di particolari protezioni sia per gli occhi, che possono rimanere irritati, che delle vie respiratorie.

Packaging per cosmetici: perché la plastica?

Packaging per cosmetici: perché la plastica?

La plastica è un derivato del petrolio, lavorato da aziende specializzate come GRG. La cosa può dare effettivamente strane sensazioni quando la si riferisce alla fabbricazione di tappi in plastica per cosmetici, ma in effetti è difficile trovare un materiale più adatto.

Innanzitutto la plastica non è di un solo tipo: nell’industria cosmetica, ad esempio, ne vengono usati almeno quattro tipi diversi HDPE, PP, PVC e PETG.

Tutte le plastiche hanno comunque alcune caratteristiche in comune che le rendono particolarmente indicate per l’utilizzo nel settore cosmetico.

Inerzia. Il materiale plastico, se lavorato e conservato correttamente risulta completamente inerte nei confronti dei prodotti cosmetici; questo significa sostanzialmente che non può interagire con il prodotto che è destinato a contenere, ne dal punto di vista chimico ne da quello fisico.
Questo fattore è molto importante, in quanto il prodotto deve garantire, al netto della conservazione corretta, una costante qualità delle proprie caratteristiche organolettiche e costituenti.

Duttilità. Tutte le materie plastiche sono estremamente duttili e semplici da lavorare (fatta eccezione per alcuni particolari polimeri) e sono quindi convenienti per i procedimenti di stampaggio ed assemblaggio richiesti dall’industria cosmetica.

Riciclabilità. La plastica può essere quasi sempre riciclata quasi totalmente ed è quindi un materiale che consente un notevole recupero.

Adattabilità. Per tutte le caratteristiche dette finora, i vari tipi di materiale plastico sono adattabili a tutte le marche e alle diverse tipologie di prodotto. Da parte di chi produce questo tipo di packaging questo si traduce nella possibilità di acquistare la materia prima in quantità davvero estese senza diversificare troppo il tipo di materia di cui approvvigionarsi.

Per la realizzazione dei diversi tipi di packaging per cosmetici vengono utilizzati macchinari di stampa appositi, che consentono le diverse tipologie di lavorazione a seconda del materiale e della sua destinazione d’uso: ad esempio l’estrusione nel caso dei tubi erogatori (peraltro realizzati in plastica morbida), o altri tipi di lavorazione che però risultano standard al netto delle dimensioni di lavorazione.

Fanno eccezione a ciò quei particolari contenitori che sono quasi degli oggetti di design e per i quali è necessario realizzare stampi particolari per la loro lavorazione ma, almeno per quanto riguarda il settore cosmetico, si tratta senz’altro di eccezioni.

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