Categoria Storia intorno a noi

La scoperta dell’America

C’è una data che aleggia nella mente di tutti. Che tutti conosciamo, che tutti ricordiamo esattamente, poiché sin dalle prime scuole ce l’hanno ripetuta all’infinito ed inculcato nella memoria. Può capitare anche a qualcuno di ricordare questa data come qualcosa di importante, ma non essere in grado di ricordare a cosa corrisponde. Sto parlando della data del 1492, anno attribuito alla scoperta dell’America da parte della spedizione guidata dal navigatore ed esploratore italiano Cristoforo Colombo. Un’altra cosa che tutti sanno, ignorando a volte di saperlo, è che la spedizione venne portata a termine a bordo delle famosissime caravelle Nina, Pinta e Santa Maria.

Le origini della spedizione

Sin dal 1486, Colombo cercò di convincere i reali di diverse nazioni a finanziare il suo progetto di navigare in terre inesplorate, al fine di completare la scoperta delle terre emerse. Fiero delle sue convinzioni, non si diede mai per vinto e dopo aver rivolto la richiesta a molti, riuscì ad ottenerla dai re di Castiglia ed Aragona, grazie all’intervento decisivo della regina Isabella di Castiglia. Così, il 3 agosto 1492, Cristoforo Colombo con le sue navi ed il suo equipaggio, partì da Palos de la Frontera alla volta di quella che secondo lui erano i territori dell’Asia. Giunse finalmente in quella che oggi è conosciuta come San Salvador il 12 ottobre dello stesso anno. Seguirono poi a questo primo viaggio, altre due spedizioni, in una delle quali era presente Amerigo Vespucci, anche lui navigatore, esploratore, ma anche cartografo italiano. Fu proprio lui a rendersi conto tramite i suoi viaggi e studi, che quella non era l’Asia bensì, come la chiamò nelle sue lettere, la quarta parte delle Terra: «Arrivai alla terra degli Antipodi, e riconobbi di essere al cospetto della quarta parte della Terra. Scoprii il continente abitato da una moltitudine di popoli e animali, più della nostra Europa, dell'Asia o della stessa Africa».

Come raggiungere oggi le Americhe

Tante sono state le spedizioni, tanti i finanziamenti e tanti gli uomini che presero parte a questa incredibile scoperta. L’America, è di fatto, un continente giovane, il più giovane di tutti gli altri. Gli Americani vanno molto fieri della loro storia, che ovviamente nasce prima della sua scoperta, e non mancano mai di esaltare la loro terra e sottolineare quanto sia un paese nuovo e progressivo. Questo suscita in loro un senso di protezione della loro patria, a volte anche esagerato e malsano. Basti guardare quanto sia complicato poter viaggiare in America se non si è americani: esistono molti visti diversi, creati a seconda di quel che si vuole fare in America, cosa che va ben specificata ad ogni viaggio. Ma gli sforzi degli esploratori, italiani per giunta, devono farci almeno provare ad andare in America per poter apprezzare quei territori ed una cultura così diversa dalla nostra. Fortunatamente, esistono diversi studi legali che possono facilitarci l’impresa grazie ad i loro consigli e le loro conoscenze. Ad esempio, lo studio legale Carlo Castaldi offre consulenza ed aiuto per la creazione della carta verde per gli USA, necessaria per la permanenza negli Stati Uniti. In conclusione: zaino in spalla, carta verde e via per le Americhe, come fossimo dei veri esploratori.

Guida alle principali attrazioni da vedere a Roma

Colosseo, Altare della Patria, antiche terme romane, Città del Vaticano, Piazza di Spagna. Queste sono solo alcune delle attrazioni presenti a Roma e ormai famose in tutto il mondo. Se si ha in mente di trascorrere anche solo pochi giorni nella Città Eterna più famosa al mondo, è bene partire organizzati e decidere fin dall’inizio quali monumenti prediligere e quali visitare solo in caso dovesse avanzare tempo.

Le attrazioni principali di Roma

Roma è talmente ricca di storia, di eventi culturali e cinematografici che è difficile riuscire a visitare tutto in pochi giorni di vacanza. L’importante è godersi la città, viverla come un romano riuscirebbe a fare, cercando di apprezzare ogni singolo angolo, strada e palazzo.

I film made in Hollywood osannano da sempre la capitale italiana, descrivendola ovviamente come città d’arte, ma anche come luogo pieno di fascino e amore, un luogo in cui perdersi nelle bellezze locali è facile quanto auspicabile. Scopriamo quindi insieme alcune delle principali attrazioni romane.

I must have di una visita breve nella Capitale d’Italia

Senza dubbio il Colosseo è una delle attrazioni principali capitoline, tanto famoso da diventare il simbolo di Roma. Proprio accanto al Colosseo si trovano il Foro Romano, la Domus Aurea e il Circo Massimo.

Un altro grande punto di riferimento di tutti i tour a Roma è Città del Vaticano con la Basilica e Piazza San Pietro. Se si ha tempo di sostare qualche ora in questo piccolo stato, sono molto interessanti i Musei Vaticani, i giardini e, ovviamente, la Cappella Sistina. Lasciandosi alle spalle Città del Vaticano, percorrete Via della Conciliazione per andare a visitare Castel Sant’Angelo, antica residenza papale.

Due piazze famose di Roma e che non possono mancare nella vostra lista sono Piazza Navona e Piazza di Spagna. Le fontane del Bernini impreziosiscono Piazza Navona, mentre Piazza di Spagna è nota soprattutto per la Scalinata di Trinità dei Monti, usata per innumerevoli sfilate.

Un ultimo monumento intramontabile e protagonista di svariati film è la Fontana di Trevi, un gioiello racchiuso in una piccola ma vivace piazza.

Roma merita sempre di essere visitata, anche se solo per pochi giorni o per un week-end romantico insieme al proprio partner. In caso di carenza di tempo, si consiglia ovviamente di dare precedenza ai monumenti appena elencati che, dopo secoli e anni, sono diventati simboli della bellezza e della storicità di Roma stessa.

La Città Eterna, però, merita anche di essere vissuta, di essere goduta appieno come solo i veri romani riescono a fare. Ecco quindi che potete concedervi un aperitivo in Piazza Navona, un gelato presso uno dei tanti parchi cittadini o esprimere il classico desiderio presso la Fontana di Trevi.

La città che venne incoronata dai latini “Caput Mundi” merita riverenza e rispetto, merita di essere vissuta appieno e non di corsa. Una città tanto importante sia per il mondo antico che per quello moderno e che ha ancora tanto da dare, da insegnare e stupire. È proprio con stupore che si deve approcciare Roma e con la voglia di scoprire i suoi gioielli nascosti.

Da Piazza Navona a Campo de’ Fiori: il cuore di Roma

Lo storico rione Parione è la culla del centro storico di Roma con la splendida Piazza Navona, i suoi vicoli circostanti e le strade che conducono ad un altro cuore pulsante della capitale storica, Campo de’ Fiori, che si chiama così per i fiori che un tempo ornavano la piazza chiusa da un lato dalla schiera di palazzi di proprietà della famiglia Orsini sul lato digradante del Tevere. Nel 1478, il mercato del Campidoglio che si svolgeva a piazza del Mercato fu spostato a Piazza Navona comprendendo anche la zona circostante fino a Campo de’ Fiori e da allora la zona divenne un importante centro di affari e di scambi commerciali, ma soprattutto vi sorsero numerosi alberghi, osterie e locande di cui restano tracce ancora oggi e che ispirano le varie tipologie di albergo boutique di Roma immersi nelle atmosfere magiche del centro storico.

Le strutture storiche comprese tra Piazza Navona e Campo de’ Fiori

I nomi delle osterie e delle locande storiche del rione Parione sono tra i più disparati, ma anche evocativi come “della Nave”, albergo “della Luna”, “dell’Angelo” o “della Scala”. Il più celebre è sicuramente la “Locanda della Vacca” situato nel vicolo del Gallo al civico 11-14 che nel secondo decennio del Cinquecento era gestito da Vannozza Cattanei, l’amante di papa Alessandro VI Borgia, nonché madre di Lucrezia, Cesare, Juan e José Borgia che nacquero nel palazzetto di vicolo del Gallo sul quale troneggia ancora lo stemma gentilizio di Vannozza.

Luogo di traffici, piaceri e affari, nel 1869, il mercato fu spostato da Piazza Navona a Campo de’ Fiori che era anche sede di numerose esecuzioni capitali. A testimonianza di ciò, al centro della Piazza campeggia la statua del filosofo Giordano Bruno che fu condannato al rogo per eresia il 17 febbraio del 1600, proprio sul luogo in cui sorge la statua. La collocazione della statua non fu impresa facile in quanto si voleva porre al centro della Roma clericale il simbolo del “libero pensiero” e dell’anticlericalismo; tuttavia fu inaugurata il 9 giugno 1889 e commissionata allo scultore Ettore Ferrari. Al posto in cui si trova la statua odierna, vi era collocata una fontana decorata con delfini di bronzo, la cui vasca era di forma ovale in marmo bianco, chiusa da un coperchio ricurvo con una sfera al di sopra come fosse una “zuppiera” e per questo denominata “La Terrina”. Sul coperchio campeggia un’iscrizione: «Ama Dio e non fallire, fa del bene e lascia dire» con la data del 1622, si suppone che la scritta fu apposta a favore dei condannati al patibolo – spesso allestito vicino alla fontana – e come monito. La Fontana della Terrina fu, poi, spostata nel 1924 in Piazza della Chiesa Nuova per lasciare spazio al mercato di frutta e verdura che esiste ancora oggi. Nella nuova collocazione, la fontana fu privata del coperchio e rivestita di granito rosato con i bordi arrotondati.

Alla riscoperta della Roma segreta

Il vantaggio di alloggiare in un hotel come il Teatro Pace nel centro storico di Roma è proprio quello di poter apprezzare ogni angolo e ogni scorcio della città vivendola nel suo cuore, immaginare di ritirarsi in un hotel a due passi da Piazza Navona dopo una giornata trascorsa tra musei e monumenti dalla bellezza mozzafiato e continuare a vivere e ripercorre quei vicoli carichi di storia e di storie, sapendo che quelle stesse strade sono state testimoni delle vite di personaggi illustri, e riscoprire angoli, fregi, iscrizioni che altrimenti passerebbero inosservati al passante distratto è un privilegio impagabile. Roma non è solo il Colosseo, ma ogni pietra ha una storia da raccontare e alloggiare in un hotel al centro storico significa non perdersi nessuna di queste storie.

Fresatura: da due secoli nelle nostre officine

Qualunque perito meccanico – pure non ancora diplomato, a dirla tutta – vi potrà, se lo chiedete, raccontare una enorme quantità di dettagli riguardo a cosa sia la lavorazione meccanica che chiamiamo col nome di fresatura. Potrà illustravi come sia una lavorazione meccanica a freddo, comparabile per certi versi alla tornitura e alla foratura in quanto ad asportazione di truciolo, e come venga effettuata facendo agire un utensile, che ruota sul proprio asse, su di un pezzo assoggettato a movimento di avanzamento, con il risultato di “scolpirlo” per fargli conseguire la forma desiderata. Aggiungerà anche che la fresatura si compone solitamente di due fasi, una prima più rozza, detta di sgrossatura, che viene eseguita in maniera rapida ed economica e toglie molto materiale, e una più lenta, di rifinitura, in cui attentamente si porta il pezzo esattamente alle misure e alla rugosità superficiale desiderate. Ma in tutto questo, poco probabilmente vi farà cenni alla storia di questa procedura, e a come si sia evoluta nel corso degli ultimi due secoli: vediamolo allora insieme, questo percorso!

1. Dal 1800 alla Grande Guerra

L’origine della fresatrice è da trovare nel classico tornio, al quale sovente venivano montate delle lime rotanti, per limare il pezzo in lavorazione in modo più rapido che manualmente. Tale operazione è molto precedente allo sviluppo della fresatrice, risalendo circa alla metà del 1700; i primi veri esemplari di macchine per la fresatura distinte da torni accessoriati sono collocabili al 1814, negli arsenali federali degli Stati Uniti, a Springfield e ad Harpers Ferry; ne risulta inoltre un modello molto avanzato inventato da Nasmyth nel 1830 per i bulloni esagonali. A quei tempi, era previsto che la limatura venisse comunque perfezionata a mano; le cose cambiarono, con l’integrazione di grandi evoluzioni tecniche fra cui il movimento perfezionato su tutti e tre gli assi, nel 1861, con uno straordinario modello Brown & Sharpe. Fino alla Grande Guerra, quasi ogni anno segnò un significativo passo avanti nella tecnologia della fresatura.

2. Le due Guerre Mondiali

Per conquistare nuove vette di precisione, ormai richieste per poter sveltire ulteriormente i ritmi di lavorazione, fu necessaria l’introduzione di un concetto rivoluzionario, ossia quello del dimensionamento relativo, figlio appunto di questi anni: in breve, l’idea di eseguire a partire da un solo punto di riferimento tutte le misurazioni necessarie alla fabbricazione del pezzo. In questo modo diventò normale operare su precisioni dell’ordine dei millesimi di millimetro: il controllo numerico dei macchinari, oggi assolutamente acquisito e presente ovunque, era ai suoi primissimi albori. L’introduzione di pantografi speciali, che tracciando le linee di un modello potevano trasmettere alla macchina i movimenti da compiere, permise la realizzazione di fresatrici colossali, come la Cincinnati Hydro-Tel, già nel 1930: a parte il controllo computerizzato ancora inesistente, era in tutto e per tutto somigliante ai modelli impiegati attualmente. All’altra estremità dello spettro, furono anche ideate e realizzate fresatrici di alta precisione e piccola taglia, molto economiche: erano le Bridgeport, che vennero vendute a centinaia di migliaia.

3. Dal dopoguerra ad oggi

Nel dopoguerra, due furono le grandi spinte tecnologiche che guidarono lo sviluppo industriale: il coronamento dei servomeccanismi da un lato, e la nascita delle tecnologie digitali dall’altro. Sebbene a permetterne la ricerca e lo sviluppo fossero gli investimenti militari (come peraltro accadde in molti casi nel dopoguerra), fu proprio il ramo meccanico ed in genere industriale ad offrire sbocco ed applicazione a queste nuove tecnologie, per tutti gli anni ’40 e ’50. Più tardi, si verificò la definitiva evoluzione del controllo numerico al controllo computerizzato: questo esplose negli anni ’80, quando divenne possibile, con un semplice personal computer, installare piccole fresatrici a controllo digitale anche nelle officine più piccole.

L’Anatocismo Bancario attraverso i secoli

Il poco noto termine di Anatocismo Bancario ha le sue origini nella lingua greca antica, e significa letteralmente “ancora interessi”; un nome decisamente appropriato, dato che consiste nell’applicazione degli interessi su cifre che sono già esse stesse degli interessi scaduti, o per utilizzare termini più finanziariamente esatti, consiste nella capitalizzazione degli interessi scaduti. In breve, una banca che fa anatocismo considera gli interessi passivi scaduti come un capitale, e quindi calcola i successivi interessi passivi includendovi anche tale ammontare: interessi su interessi.

L’antichità del termine dovrebbe farci immaginare che vi corrisponda un uso – o un abuso, come vedremo – decisamente di vecchia data. E infatti, l’anatocismo era noto – e severamente vietato – sia alla legislazione ebraica che a quella, di data ancora precedente, in vigore a Babilonia, codici che in effetti vietavano addirittura di praticare qualsiasi tipo di interesse sui prestiti. Diversa era invece la situazione nell’antico Egitto; e lo fu anche presso i Greci e i Romani. Possiamo infatti identificare un diffondersi di questo costume intorno al terzo secolo A.C., probabilmente in seguito all’enorme sviluppo del commercio nell’area del Mediterraneo che seguì la rapida e inarrestabile espansione di Roma.

Avvicinandoci alla nostra epoca, l’anatocismo torna ad essere vietato in tutta l’area d’influenza della Chiesa Cattolica, in base alla legislazione canonica. È in effetti molto tarda la legalizzazione della pratica degli stessi interessi semplici, che compare nei più importanti codici europei non prima dell’inizio del diciannovesimo secolo; abbiamo qui però un’importante eccezione, con il Codice Napoleonico del 1804 che in effetti ammise esplicitamente l’Anatocismo, solo però dopo che fosse stato maturato un anno di interessi e stipulata una specifica convenzione. Da qui la regola passò quasi identica nel nostro codice civile del 1865, e quando questo venne sostituito dal nuovo codice del 1942 la questione venne regolata dall’articolo 1283.

Fu solo nel ’99 che una sentenza della Cassazione decretò, in maniera ormai genericamente acquisita, che l’anatocismo era illegittimo, aprendo la strada alle odierne pratiche di ripetizione degli interessi ingiustamente esigiti dalle banche stesse.

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I punti metallici

Sono ormai millenni che l’umanità scrive, registra e archivia informazioni di ogni categoria su fogli di carta o di pergamena; ed è da altrettanto tempo che si pone il dilemma di amministrare, mettere in ordine, arrangiare tali masse di informazioni in una maniera che le rendesse di facile consultazione per le strutture governative, direttive e burocratiche. Ci sono dunque millenni di storia dei sistemi usati a tale fine: dalla cucitura dei fogli, all’uso della colla, a metodi più strani come il legare i fogli con nastroe e saldarli con la cera – proprio nell’angolo superiore sinistro, come facciamo noi al giorno d’oggi, e come fecero degli accademici nel 1200.

Fu solo alla corte di re Luigi XV, in Francia, nel millesettecento, che degli artigiani realizzarono la prima macchina pinzatrice della storia – un pezzo unico, evidentemente, del tutto fabbricato a mano per essere, precisamente, degno di un re. A quanto pare utilizzava punti metallici d’oro massiccio, incastonati addirittura di gemme preziose, e incisi uno per uno con il sigillo della Corte Reale – ma ovviamente, si trattava di un dispositivo che non aveva nulla di ordinario, e non era certo immaginato per un utilizzo massivo.

Un passo avanti venne fatto nel 1866, negli Stati Uniti, dove la Novelty Manufacturing Company costruì e commercializzò il primo vero antenato della macchina che utilizziamo oggi: le differenze erano però sostanziali. Conteneva infatti un solo punto metallico per volta, e inoltre si limitava a spingerlo nella carta, senza chiuderlo – operazione che andava effettuata a mano, con corposo spreco di tempo. Fu solamente tredici anni più tardi, nel 1879, che comparve una macchina in grado di richiudere il punto metallico, la McGill’s. Sfortunatamente però anche in questo caso non c’era caricatore, e dover inserire un nuovo punto manualmente ogni volta si dimostrò un grandissimo incomodo.

Fu nel 1895, e per la precisione nella città di Norwalk nel Connecticut, che la Hotchkiss Company produsse e iniziò a vendere la prima pinzatrice capace di utilizzare lunghe strisce di punti metallici legati insieme: il modello No.1. C’era però ancora un difetto: per separare i punti era richiesta un’azione alquanto violenta sulla leva, tanto che spesso, negli uffici, veniva adoperato addirittura un mazzuolo. Per giungere ad un modello veramente comodo ed efficace, tanto che il suo design non è praticamente più mutato fino ai giorni nostri, dobbiamo arrivare nientemeno al 1937, quando Jack Linsky brevettò la sua Swingline N.3.

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Tutti a letto! Storia del materasso

Pensiamo mai, quando dopo una giornata di lavoro, stanchi e ansiosi di riposare abbastanza per riattaccare con energia la mattina successiva, infine ci sdraiamo sul nostro comodo letto e ci avvolgiamo nelle nostre calde coperte, alla storia dell’oggetto che ci garantirà, come ogni notte, un sonno comodo e placido? Dopotutto, fra tanti e tanti oggetti che abbiamo regolarmente attorno, ce ne sono ben pochi che accompagnino la nostra civiltà da un tempo tanto esteso quanto il letto, e nello specifico il materasso; e sebbene ci debba parere quantomeno difficoltoso concepire un’evoluzione di un oggetto a noi tanto familiare, nelle migliaia di anni in cui è stato in servizio anche questo costante compagno ha visto migliorie e perfezionamento.

Il letto così come noi lo conosciamo, e quindi munito di materasso, ha le sue antichissime origini già in fase preistorica, e per essere precisi nel periodo Neolitico. A voler essere precisi, a quell’epoca il termine più adeguato sarebbe non tanto materasso quanto giaciglio, dato che era comunemente costituito da un mucchio di foglie, rialzato su una armatura di base per difendersi dai parassiti, e coperto di pelli animali. Ma in Persia, più di cinquemila anni fa, abbiamo una sorpresa: materassi di pelle di capra riempiti… d’acqua! Il materasso ad acqua sembra avere progenitori di riguardo, e non limitati ai motel di provincia. Nel frattempo le cose nel resto del mondo non cambiano molto, e a Roma Antica, così come nel medioevo, i materassi sono sacchi pieni di lana o paglia per i poveri – e di piume per i ricchi.

La cifra essenziale del periodo del rinascimento fu il recupero di valori, dopo la pausa cupa e oscurantista del medioevo, come la gioia di vivere, la comodità e perfino, entro certi limiti, il lusso – chiaramente, non per tutti ma solo per chi poteva permetterselo. E appunto, sui materassi di piume e tela grezza delle case dei ricchi, iniziarono a apparire coperture di velluto o di broccato. Fu invece ancora più tarda, e la possiamo collocare nel mille e seicento, in pieno Barocco, l’invenzione di una comoda appendice alla conformazione di letto e materasso, ossia la rete – che rendeva ben più comodo e elastico l’insieme. Le prime erano costruite con corde, o con lacci di cuoio intrecciati, e dovettero essere una gradita evoluzione rispetto alle assi di legno precedenti.

Nel pieno degli anni ruggenti, anno 1926, la famosa azienda Dunlop sviluppa e presenta sul mercato una rivoluzionaria tecnologia per convertire la gomma vulcanizzata in una schiuma compatta: con il nome di mercato di Dunlopillo, e originariamente destinata alla vendita alla sola casa reale d’Inghilterra, è l’origine dei cuscini e dei materassi in lattice, la cui espansione è ancor oggi in grande crescita. I materiali tradizionali non passano però di moda, e dagli anni Trenta perfino per loro arriva una novità importante: la molla, responsabile del buon riposo di milioni di persone. È degli anni quaranta la comparsa sul mercato dei materassi gonfiabili, in tela impermeabilizzata e gommata. E oggi? Oggi l’attenzione, sempre in maggior misura, si va spostando verso la garanzia, grazie a materiali anallergici e compatti, di un sonno pulito e in posizione corretta. Comodi sì, perciò, chiaro: ma soprattutto, sani.

Copia o originale? Uno sguardo diverso sull’arte

Tutti noi, nel ciclo della nostra educazione, studiamo per lo meno per qualche anno (e magari non tutti proprio con totale e entusiasta impegno) qualche nozione di Arte e di Storia dell’Arte, che anche se insegnateci a livello puramente scolastico vanno a far parte delle basi su cui costruiamo il nostro modo di guardare, e di godere, l’arte stessa. Ma quando veniamo messi di fronte ad una realtà come quella dei falsi d’autore, è molto inconsueto che la nostra prima reazione non sia, se non sdegnata, quantomeno perplessa; se c’è infatti un principio che ci viene insegnato in modo pressochè universale, quale che sia stata la nostra educazione, è che l’arte è resa preziosa e importante dalla sua unicità, e che quindi poche cose sono contrarie all’idea stessa di “arte” quanto la copia.

È in effetti il modo di vedere che la critica più sposa, ai nostri tempi: ma non dobbiamo affatto pensare che sia sempre stato così. Al contrario, la storia ci può riservare, a questo proposito, molte sorprese inaspettate, sia dal punto di vista dei concetti di cosa sia l’arte effettivamente, sia quando andiamo a scoprire cosa pensassero, nella pratica, dei falsi d’autore gli artisti celebri che siamo abituati ad amare e stimare.

Tutti oggi infatti, come dicevamo poc’anzi, che si tratti del pubblico medio, degli operatori del mercato, o soprattutto dei critici, sono concordi nel considerare che l’arte sia caratterizzata dalla rarità, sia dell’opera che della persona che la realizza, e che sia appunto l’identità dell’artista, il suo “nome” se vogliamo, a dare valore all’opera stessa, sia che si tratti di un quadro, che di una scultura. Tuttavia, non sempre le cose sono state così: per moltissimi secoli, Artista e Artigiano non sono stati sostantivi tanto differenti, e i due concetti sono stati, se non coincidenti, quantomeno ampiamente sovrapposti, e si è applicato al valore dell’opera il metro della tecnica esecutiva, e non dell’unicità o dell’originalità. E in quest’ottica, la copia, da grave colpa e antitesi dell’arte, diventa semplicemente omaggio, e anche necessaria tappa di comprensione da parte di un giovane artista per acquisire competenza e abilità. Non ci credete? Leggete cosa ne pensava qualche nome di sicuro celebre…

Michelangelo, per molti l’artista per antonomasia, crebbe artisticamente, da giovane, alla corte di Lorenzo il Magnifico, copiando le statue classiche e le opere di Masaccio che la adornavano; una volta cresciuto, è perfino risaputo che scolpì, per un acquirente entusiasta di statue antiche, un Cupido che poi trattò con terre acide, vendendoglielo con successo come antichissimo;

Peter Paul Rubens, il noto artista fiammingo, aveva una vera reverenza per gli artisti del Rinascimento, ed era solito alternare ai propri dipinti delle copie delle opere che più amava; la stessa “Battaglia di Anghileri” di Leonardo da Vinci che possiamo ammirare oggi è in realtà una sua copia, poiché l’originale è andato irrimediabilmente perso;

Tiziano Vecellio, il maestro veneziano famoso per il suo personalissimo uso del colore, realizzò una copia di un “Ritratto di Giulio II” niente meno che di Raffaello – copia che ancor adesso ammiriamo, esposta a Firenze, a Palazzo Pitti.

L’ascensore: da curiosità a strumento essenziale

Una volta, ci piace immaginare, l’orizzonte era sempre libero: case basse, al limite di un paio di piani, lasciavano spazio al cielo e alla luce solare, e non esisteva il concetto di una skyline disegnata dai grattacieli, come adesso invece accade in tantissime città in tutto il mondo. Nonostante, a voler ben guardare, non sia esattamente vero (le insulae romane, costruite in epoca tardo-repubblicana, erano veri e propri condomini a più piani), è però un fatto che la massiccia diffusione di palazzi alti nelle città è sicuramente cosa moderna, dell’ultimo secolo, e che questo ha grandemente trasformato il modo di vivere delle persone – rendendo irrinunciabile un’invenzione come l’ascensore, che ha fatto molta strada dai più antichi modelli ai moderni sistemi specializzati, che vanno da potenti montacarichi ad ascensori per disabili, passando per ascensori superveloci che permettono di arrivare velocemente in cima perfino ai più alti moderni grattacieli di uffici.

Ed è stata una cronistoria lunga, quella dell’ascensore, e che ha radici ben più lontane di quanto forse immaginiamo: il primo a nominarlo è l’architetto romano Vitruvio, che ci narra nei suoi scritti come nel 263 AC ne fosse stato realizzato uno nientemeno che dal celeberrimo Archimede. È logico che parlando di ascensori, allora, ci si riferisse soltanto a cabine assicurate a corde, che venivano tirate a braccia, o da animali, per sollevarle: pare che ve ne fossero nel monastero Egiziano del Sinai. Un metodo che evidentemente non poteva permetterne una diffusione significativa: e infatti ci vollero secoli perché questa giungesse. Se sorvoliamo sul prototipo basato sulla vite senza fine che l’inventore russo Kulibin progettò nel 1783, e che venne alla fine installato nel Palazzo d’Inverno, non troviamo tracce significative di un reale impiego degli ascensori fino alla metà dell’Ottocento, quando le esigenze di movimentare materiali pesanti li resero utili alle nascenti industrie.

In questa fase storica, per ascensore si intendeva un apparecchio di modello strettamente idraulico: una cabina montata su un lungo stantuffo, che veniva spinto da una colonna d’acqua grazie all’azione di una pompa e così si estendeva, portando i passeggeri all’altezza desiderata. Questi impianti raggiunsero una significativa popolarità, se pensiamo che a Londra, nel 1882, la London Hydraulic Power Company aveva in gestione una rete di miglia e miglia di tubi ad alta pressione su ambedue le sponde del Tamigi, che andavano ad alimentare 8000 dispositivi fra gru e, precisamente, ascensori. Nondimeno è un metodo gravato da un profondo difetto: richiede uno stantuffo, e quindi un pozzo e una colonna d’acqua, alto come il piano più alto da raggiungere, e diventa quindi in fretta poco pratico al salire dell’effettiva altezza del palazzo che deve servire. Fu per questo che gli ascensori idraulici finirono con l’andare in disuso, per venire sostituiti da sistemi a cavi e carrucole, la cui sicurezza era garantita dall’invenzione di un apposito freno di emergenza in caso di squarcio del cavo, realizzato da un nome destinato a divenire famoso nel settore: Elisha Otis. Fu precisamente lui che, nel 1858, installò il primo ascensore per passeggeri al numero 488 di Broadway, a New York, dando inizio ad una espansione che venne solamente incrementata quando, trent’anni dopo, Von Siemens e Fressler svilupparono l’ascensore elettrico che anche noi oggi utilizziamo.

Barbieri: millenni di storia

Sta diventando un diletto molto più raro di una volta, quando era una visita usuale ogni paio di settimane, per chi ci teneva ad apparire ordinato (ammettiamolo, secondo i canoni estetici molto differenti di quell’epoca), ma una visita dal barbiere è ancora un’esperienza particolarmente rilassante. Già nel momento stesso in cui entriamo in negozio, l’arredamento parrucchiere ci parla subito di cura della persona e di tempi distesi, senza fretta; i familiari strumenti del mestiere ci ricordano pratiche un po’ fuori moda, ma senz’altro piacevoli; la voce sommessa del barbiere è pronta a intrattenerci con una chiacchierata leggera e svagata; finanche i profumi di schiuma da barba e lozioni, e se siamo fortunati il rumore del rasoio dritto che viene affilato, tutto contribuisce a portarci in un mondo un po’ d’altri tempi ma attraente. Ma se viaggiamo ancora più indietro nel tempo, non di anni o decenni ma di secoli, scopriremo una realtà molto particolare, e ruoli forse inaspettati che un tempo erano affidati appunto alla figura del barbiere…

Le origini del lavoro del barbiere, possiamo dirlo con convinzione, si perdono davvero nella notte dei tempi: sappiamo con certezza che gli archeologi hanno ritrovato rasoi di bronzo risalenti a più di cinquemila anni fa, in Egitto. All’epoca, la figura del Barbiere era di grandissimo peso ed influenza, e la sua valenza non era tanto utilitaristica, quanto simbolica e persino sacrale: si riteneva infatti che i capelli fossero uno dei canali attraverso i quali demoni e spiriti potessero entrare nel corpo degli esseri umani, e che tenerli corti potesse agevolare ad arrestare tale spaventoso avvenimento. I barbieri celebravano anche rituali importanti come i matrimoni, a ulteriore indizio del valore religioso che ricoprivano. Passando all’epoca storica, pur perdendosi questo profilo mistico del taglio dei capelli, l’operazione rimase un appuntamento rilevante, sia per i Greci che per i Romani, che appunto dalle colonie della Magna Grecia conobbero i barbieri nel 300 AC. Il buon cittadino romano faceva visita giornalmente al barbiere, così come alle terme, e per un adolescente la tonsura, o prima rasatura, era un evento essenziale e quasi rituale di passaggio al mondo adulto.

Ma abbandoniamo anche Roma e spostiamoci in avanti di altri secoli, per arrivare ad un momento storico di grande magia e suggestione, dove concluderemo, con quella che forse per molti di noi sarà una sorpresa considerevole, questo breve viaggio nell’evoluzione del barbiere nel mondo antico: il Medioevo. Troviamo in quest’epoca un gran numero di botteghe di barbiere, che venivano ovviamente visitate per tutti i normali bisogni di pettinatura e taglio di capelli e barbe; ma quello che quasi certamente lascerà stupiti è che, simultaneamente, si chiamava il barbiere anche se c’era bisogno di eseguire un intervento chirurgico, applicare sanguisughe o fare un salasso, praticare un clistere, incidere bolle e pustole, e pure per cavare i denti! Non si trattava di un’operazione in qualche modo clandestina: il barbiere, o per essere più precisi il barbiere-chirurgo, era ufficialmente abilitato e preparato a svolgere tali lavori, e addirittura ricevette, in Inghilterra, paghe più alte di quelle dei chirurghi ufficiali, per molto tempo. Fu nel medioevo che, simboleggiando le due arti svolte dal barbiere, rosso per la chirurgia e bianco per il lavoro di taglio e acconciatura, nacque il marchio tradizionale usato dai barbieri, ossia il palo rotante a strisce, appunto, bianche e rosse.

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