Storia di un oggetto semplice: la padella

Storia di un oggetto semplice: la padella

Spesso la familiarità e l’abitudine all’utilizzo quotidiano di un oggetto per noi comune ce lo rendono tanto banale da farlo diventare, ai nostri occhi e alla nostra attenzione, quasi invisibile e insignificante, soprattutto in una società come la nostra dove la novità, in tutti i campi, è all’ordine del giorno e ci viene regolarmente presentata. Proprio per questa abitudine ci dimentichiamo molto di frequente che spesso sono proprio gli oggetti più comuni ad avere alle spalle secoli, o addirittura millenni, di storia, attraverso I quali sono rimasti magari pressochè immutati, tirando come un filo conduttore fra noi e I nostri antenati più remoti, che impugnavano un utensile o un oggetto pressochè uguale a quello che abbiamo nelle nostre mani. Possiamo chiarire benissimo ciò di cui stiamo parlando con un oggetto che, dai primi esemplari di rame, ha fatto moltissima strada per arrivare pressochè uguale fino a noi: la comunissima padella da cucina, che oggi si presenta completa di rivestimenti antiaderenti.

Se vogliamo quindi seguire la storia della padella in cui abbiamo cucinato la nostra cena ierisera, e esaminare un po’ anche i suoi antenati, dobbiamo essere consapevoli che la prima comparsa storica di una padella è comprovata addirittura nell’antica Mesopotamia, la culla della civiltà – e quindi possiamo dire che si tratta di un oggetto che ha fatto parte della storia dell’uomo proprio dai suoi primissimi albori. E infatti, proseguendo lungo il corso della storia, ecco presentarsi la padella nelle cucine di Atene e Sparta nell’antica Grecia, con il nome di TEGANON e, ci è dato immaginare, con dell’ottimo olio greco che vi sfrigola; e ancora, se proviamo a spostarci nelle cucine delle domus Romane, troviamo padelle , con il nome di PATELLA o SARTAGO.

Ma evidentemente, sebbene la applicazione, e approssimativamente l’aspetto, di questo utile utensile siano rimasti più o meno gli stessi, l’evoluzione tecnologica e quella culinaria hanno portato comunque a cambiamenti e modifiche sia nella forma che nei materiali utilizzati per la costruzione. Se infatti proviamo a badare al metallo di cui la padella è fatta, le padelle delle nostre nonne erano di frequente di ferro, o di ghisa; le nostre, oggi, sono comunemente d’alluminio, e le più antiche che conosciamo, quelle mesopotamiche, erano invece fatte di rame. Se invece consideriamo la forma, le padelle che conosciamo, con il fondo piatto, sono abbastanza recenti, avendo avuto origine nel diciannovesimo secolo dopo l’invenzione del fornello da cucina, su cui era più facile posare, appunto, padelle piatte; in origine, quando si cucinava ponendo la padella sulle braci, sul fondo della stessa spuntavano tre corte gambette, che rendevano più comodo e stabile l’appoggio nel focolare ed evitavano incidenti domestici.

In epoca recente, poi, si è applicata una modifica radicale, che ha reso molto più comodo cucinare per molti, dai più inesperti agli chef; stiamo naturalmente parlando dei rivestimenti antiaderenti, grazie ai quali si riduce drasticamente il rischio di far bruciar e attaccare I cibi al fondo della padella stessa. A sviluppare e presentare I primi rivestimenti antiaderenti, ancora di scarsa durata e qualità, fu la DuPont, nel 1956: il materiale utilizzato era il Teflon, che oggi attraversa svariate polemiche e critiche per I suoi sospetti effetti tossici. Oggi d’altro canto, i rivestimenti antiaderenti vengono costruiti con diverse tecnologie, non ultima quella, molto di moda, della ceramica.

Perchè aprire una lavanderia a gettoni

Perchè aprire una lavanderia a gettoni

Recessione: poco lavoro, dubbio per il futuro, e soldi che, per quanto si stia attenti, sembrano non bastare mai. Nel frattempo, i rendimenti di titoli di stato, conti correnti, e altri tipi di investimento sicuro sono insoddisfacenti… e quelli degli investimenti più rischiosi, troppo incerti.

L’alternativa, per formarsi un guadagno mensile aggiuntivo, è trovare un metodo di investimento promettente per il modesto capitale dei propri risparmi – e fra i più interessanti e redditizi degli ultimi anni va rilevato un vero boom per le piccole attività self- service, fra cui spicca decisamente la lavanderia a gettoni.

Questa scelta d’attività presenta infatti non solo tutti i vantaggi dei tradizionali self-service, ma anche punti di forza tutti suoi, di totale rilievo. Questo tipo di piccola impresa infati gode anzitutto, com’è naturale, di quel grandissimo vantaggio che è comune, ed è un po’ il primario punto di forza, di tutte le attività self-service: gestirlo non richiede un investimento di tempo, neppure minimo, dato che il titolare per legge non può, neppure se volesse, passare la giornata nei locali della lavanderia.

E da questo deriva la facoltà di considerare un’attività di questo tipo in maniera affine ad un investimento di tipo finanziario: è possibile affiancarla al proprio lavoro quotidiano, e lasciare che renda senza doversene occupare più di tanto.

Altro consistente vantaggio del self-service è che, mancando di dipendenti, necessita di spazi molto più ridotti; questo elimina un costo vivo, quello degli stipendi, e ne riduce molto un altro, quello degli affitti.Ma il vero, grande vantaggio che effettivamente distingue l’investimento in una lavanderia a gettone da quello in altri tipi di attività è proprio qualitativo, e ha a che vedere con il servizio che si offre.

Quello offerto da una lavanderia è infatti un servizio basilare, economico, e semplicissimo – tutti fattori che alzano la probabilità che l’attività abbia successo, riducendo al minimo i rischi d’impresa legati a qualsiasi apertura.

Addirittura, con le ridotte dimensioni delle abitazioni e il gran numero di persone giovani che vivono sole, e passano poco tempo a casa, la lavanderia a gettoni può diventare una presenza comune, come da anni è negli Stati Uniti.Non si pensi, naturalmente, che però quello in una lavanderia a gettoni sia un investimento insignificante, o nel quale gettarsi a occhi chiusi e senza riflessione.

Soprattutto alla propria prima esperienza, quando più è facile commettere nelle scelte iniziali errori banali ma pericolosi per la buona riuscita della propria impresa, è consigliabile spendere un po’ di tempo nel guardarsi intorno e affidarsi a società con una seria e comprovata esperienza nell’apertura di questo tipo di attività, per farsi supportare sui punti di maggior perplessità.

In questa attività, sono quattro i punti fondamentali a cui prestare attenzione, e sui quali nel caso cercare appoggio:

1. evitare i franchising: in questo specifico settore, il beneficio offerto dall’adesione ad una catena è marginale, e non vale la perdita di utile derivante da royalties e costi accessori che graveranno sempre sui ricavi. Se invece ci si limita ai costi vivi dei macchinari, si può sperare ragionevolmente di ammortizzare l’intero investimento in soli tre anni.

2. scegliere con cura la location: fattore importante in qualsiasi attività, non fa eccezione qui: scegliere il posto giusto per passaggio e strutture vicine, e contemporaneamente che contenga i locali adatti per far funzionare l’impresa, è basilare per il successo della vostra lavanderia a gettoni.

3. scegliere macchinari adeguati: se al profano possono risultare identiche, due macchine per lavare o asciugare di diversa qualità, a questi livelli, si traducono in spese e rendimenti radicalmente diversi. Per questa, che è la spesa più ragguardevole da sostenere per questa attività, è indispensabile avvalersi, specie se inesperti, di una consulenza fidata e soprattutto qualificata.

4. assicurarsi dell’assistenza tecnica: la macchina ferma è una perdita immediata e secca, e può danneggiare l’immagine della vostra lavanderia anche in modo molto grave: ricordate che i clienti non hanno da valutare cortesia, servizio, gentilezza, perché in un self-service contano solo costi e risultati. È di importanza essenziale affidarsi a qualcuno che vi garantisca una continua copertura su eventuali problemi tecnici.

Agenti di commercio: un lavoro appassionante

Agenti di commercio: un lavoro appassionante

Li immaginiamo perennemente in macchina, a percorrere migliaia di chilometri per visitare i clienti più diversi; con la classica valigetta in mano, la giacca e la cravatta, e una stretta di mano decisa; sempre attivi, chiacchieroni e col pallino della vendita. Sono gli agenti di commercio, e anche in quest’epoca moderna fatta di Internet, e-mail e relazioni digitali, la loro figura professionale è più che mai attuale.

Ma domandiamoci: al di là di ovvi e facili stereotipi, che cos’è davvero un agente di commercio? Come si svolge la sua giornata, e quali sono i suoi impegni e i suoi compiti professionali?Chi è, e cosa fa? Un agente di commercio moderno svolge, sostanzialmente, il medesimo genere di attività che i suoi colleghi hanno svolto per decenni e decenni – sono, se mai, gli strumenti a variare.

In generale, il suo compito è quello di andare a trovare negozi e aziende per presentare dei prodotti o dei servizi, su mandato dell’azienda che li eroga o li produce. Generalmente, l’agente di commercio è un lavoratore autonomo, e riceve un compenso dal suo mandatario che è in parte costante e in parte a commissione.

Quali attività svolge nel concreto? Oltre a quella fondamentale – la visita ai clienti durante la quale propone e contratta la vendita dei prodotti o servizi dei suoi mandatari – la giornata dell’agente di commercio è indubbiamente piena di attività da svolgere.

Deve procurarsi, e in seguito occuparsi di sistemare, liste di potenziali clienti – che possono provenire dalle ricerche di mercato dei suoi committenti, da quelle svolte da lui di persona, o acquistate da aziende specializzate; oltre a questo deve contattare, telefonicamente o tramite e-mail o lettera, i clienti potenziali per procacciarsi appuntamenti e preparare le visite; alimentare i rapporti con la clientela già acquisita; seguire gli ordini dei clienti, controllando prezzi e tempi di consegna e agendo da intermediario fra loro e il committente; esaminare costantemente il livello di soddisfazione dei suoi clienti; e partecipare, sia per mantenersi al corrente sulle novità del suo settore che per conoscere potenziali committenti e clienti, a fiere e mostre del suo settore.

Dove lavora? Se si pone questa richiesta ad un agente di commercio con una certa competenza, probabilmente questi risponderà con un sorriso “Di solito in automobile.” In effetti, a fronte delle visite da fare, un agente di commercio deve compiere spostamenti significativi, che di frequente occupano molte ore della sua giornata tipica. Specialmente se la zona che gestisce è molto ampia, un agente deve essere disposto a passare lunghi periodi lontano da casa.

Quali strumenti usa? A un agente di commercio occorrono ben poche attrezzature: oltre all’automobile, che come abbiamo detto è inevitabile, sono generalmente sufficienti un buon computer per le esigenze di videoscrittura e, ormai in assoluto irrinunciabile, un telefono cellulare per poter essere sempre in contatto con la clientela e la committenza.

Ci sono requisiti? Un diploma di scuola superiore, ad indirizzo tecnico o commerciale, è la sola qualifica scolastica richiesta, e a livello di burocrazia è necessario iscriversi all’apposito Ruolo degli Agenti di Commercio: tanto basta a garantire le formalità.

Tuttavia, la caratteristica più importante per fare questo mestiere è di tipo caratteriale: si tratta dell’abilità, sovente istintiva, nel parlare e trattare con le persone più disparate, accompagnata da un buon senso della vendita e degli affari, e ad una capacità fondamentale di organizzare al meglio la propria giornata e indirizzare i propri sforzi.

Essiccatoi: un’introduzione

Essiccatoi: un’introduzione

Quando stiamo parlando di essiccatoi, ci riferiamo a tutta una categoria di apparecchiature; per la precisione, a tutta quella vasta serie di forni industriali a bassa temperatura che vengono utilizzati, nei più diversi processi di lavorazione, per effettuare dei trattamenti termici a temperature comprese fra i 50 e i 500 gradi Celsius. Alimentati, a seconda del modello e della tipologia, sia per via elettrica sia a combustione, il passaggio negli essiccatoi fa parte dei processi di lavorazione di vernici, materie plastiche, resine, carta e cartoncini, e in generale di tutti i materiali che, essendo impregnati di qualche liquido, richiedono un momento di asciugatura.

Tra i tanti modelli disponibili sul mercato, il particolare tipo di essiccatoio da utilizzare viene scelto in base, principalmente, alle sostanze da trattare – particolarmente, per essere più precisi, a seconda della quantità di liquido di cui esse sono impregnate, e da cui il processo di essiccazione deve liberarle, ma anche in base alle caratteristiche del materiale che si troverà a passare all’interno dell’essiccatoio stesso. Fra le distinzioni più basilari che si possono compiere nel classificare una categoria di macchinari industriali tanto vasta, possiamo dividere gli essiccatoi in modelli a riscaldamento diretto o indiretto, e a funzionamento continuo o discontinuo.

Se, per fare qualche esempio, ad essere essiccato deve essere un materiale che si presenta come un nastro continuo – come accade nell’industria tessile o in quella della carta – si andranno a scegliere degli essiccatoi a cilindri, che sono costituiti da una serie di rulli di tale conformazione, riscaldati a vapore all’interno, su cui tale nastro viene fatto scorrere; quando invece il solido da essiccare sia in forma granulare, si preferiscono abitualmente i cosiddetti essiccatoi a tamburo, dove il materiale viene fatto girare in una camera cilindrica inclinata che ruota sul proprio asse, e asciugato da aria calda o da fumi che la percorrono.

Esistono, d’altro canto, materiali che al contato con flussi d’aria, o fumi, caldi, potrebbero risultarne danneggiati; in tali casi si sceglierà di utilizzare un essiccatoio a riscaldamento cosiddetto indiretto, ossia dove la camera a tamburo (concettualmente affine a quella vista prima per i solidi in forma granulare) viene fatta girare all’interno di una camera di combustione, e quindi il fluido caldo non entra mai in contatto diretto con il materiale da disseccare. Nei casi in cui, invece, si debba disseccare un materiale abrasivo, che ruotando nel tamburo potrebbe danneggiarlo, si impiega un essiccatoio verticale a turbina, in cui il solido viene fatto cadere lungo una serie verticale di dischi rotanti, mentre i gas essiccanti passano fra un disco e l’altro.

Ricordiamo finalmente velocemente, nella grande gamma esistente, alcuni altri modelli interessanti, come gli essiccatoi a camere a funzionamento discontinuo, utilizzati per i materiali a blocchi, come ceramiche e mattoni; quelli a ciclo discontinuo e riscaldamento indiretto, che possono essere orizzontali o verticali, e trovano vasto impiego nell’industria alimentare; e quelli tipici dell’industria farmaceutica, utilizzati per i solidi in soluzione, che sono costituiti da un cilindro cavo percorso dal vapore, che ruota lentamente. In tali dispositivi, il prodotto viene spruzzato sulle pareti esterne e in seguito raschiato con delle spatole, una volta che il calore lo ha pienamente essiccato.

Ai disabili non serve carità, ma diritti precisi

Ai disabili non serve carità, ma diritti precisi

Fino a che rimaniamo nel campo della congettura, anche per il più sano e robusto fra noi è semplice concepire quante e quali siano le differenze nella vita quotidiana di una persona sana e di una disabile; tale semplicità però svanisce subito se andiamo nel campo delle situazioni pratiche. Nondimeno, è proprio andando nel pratico che, come sempre succede affrontando questioni importanti, si può capire appieno quale sia la condizione che non si conosce in prima persona. Volendo fare il più facile degli esempi, quando si tratta di salire delle scale o di prendere ascensori disabili e sani non sono indubbiamente nella stessa circostanza: l’ascensore è per I secondi soltanto una comodità, ma per i primi è un’assoluta necessità.

Da questa discrepanza di esperienze e di vedute, che rende difficile alla massa delle persone, non affetta da alcun genere di disabilità, capire il fatto che esista tutta una serie di servizi e strutture che per molti sono solo una comodità, ma per alcuni sono imprescindibili, nasce la scorretta visione del problema che rimane ancora, sfortunatamente, la più diffusa, ossia quella per cui sia giusto elargire ai disabili servizi e “comodità” proprio per ricompensarli di una vita difficile e faticosa.

Il problema è proprio che, al primo esame, questo appare un modo di vedere le cose molto nobile, per non dire magnanimo; tuttavia, un’analisi sincera lo svela come una visione superba e discriminante, che fra l’altro ha il vantaggio di costare ben poco in termini di sforzo e fatica. Guardando il problema in quest’ottica, ci illudiamo che sia una questione appunto di carità, quando è invece un impegno di civiltà e di estensione doverosa a tutti di quei diritti che giustamente ci onoriamo di definire fondanti per la nostra società.

Quando infatti ci approcciamo al problema dell’abbattimento delle barriere architettoniche, il nostro piglio deve essere coerente e obiettivo, senza traccia di moralismi: solo in questo modo potremo raggiungere il cuore della questione, e scoprire che in effetti è piuttosto chiara;

1. la civiltà che abbiamo fondato si basa essenzialmente sul concetto che ci siano dei diritti essenziali, connaturati alla condizione stessa di uomo e cittadino, e che il loro godimento vada garantito a tutti;

2. se diciamo “a tutti” non stiamo, giustamente, prevedendo eccezioni di alcun tipo al godimento di quei diritti di cui parliamo, meno che mai per motivi legati a malattie o sfortunate condizioni fisiche come quelle dei disabili;

3. siccome, ciononostante, la condizione di disabilità può facilmente, in concreto, inficiare la possibilità dei cittadini che ne soffrono di godere appieno di tutti i propri irrinunciabili diritti, non c’è altra concepibile scelta per una società civile che operare per migliorare la situazione e rendere possibile a tutti di godere dei propri diritti, a prescindere dalle condizioni fisiche svantaggiate.

Vero: da entrambe le prospettive, la seconda come la prima, deriva la conclusione naturale di lavorare per riconoscere ed eliminare, ad esempio, tutte le barriere architettoniche. Ma la distinzione rimane, ed è fondamentale, per ripristinare un concetto di piena dignità per i disabili, e per tracciare la giusta e doverosa distinzione fra quello che è un dovere sociale e quella che potrebbe sembrare semplice carità.

Avviare un catering: prospettive e considerazioni

Avviare un catering: prospettive e considerazioni

Vi capitano, con una certa assiduità, una o più di queste cose?

1- Gli amici vi supplicano di cucinare la torta per le feste di compleanno dei loro bambini?

2- Gli invitati alle vostre cene fanno carte false per poter ritornare a mangiare da voi?

3- Siete voi quelli a cui si rivolgono I colleghi quando vogliono una cena particolare per la loro festa di fidanzamento?

Se vi capitano una o più di queste cose, complimenti! Può essere che aprire un servizio di catering sia davvero l’attività che fa per voi. Ed è un lavoro affascinante, mai noioso, e che può darvi grandi soddisfazioni; d’altro canto, è anche un lavoro complesso, per cui dovete tenere conto di mille dettagli diversissimi, dalle creme delle tartine alla scelta dei tavoli pieghevoli, e sicuramente pesante.

Tenete infatti conto di un fatto importantissimo, e a cui pochi pongono attenzione: se un ristorante è un’attività stabile, e con un elevato grado di continuità (menù che non cambiano per tutta la stagione, locali organizzati e fissi, clientela di tipo ragionevolmente omogenea) un catering è un vortice di cambiamenti, novità, e urgenze: è un po’ come avviare un nuovo ristorante ogni mattina per poi chiuderlo la sera stessa, sapendo che il giorno dopo si farà qualcosa di assolutamente diverso. Indubbiamente un lavoro entusiasmante, ma anche ad alto rischio di frustrazioni.

Non dimentichiamo, indubbiamente, I punti di vantaggio che sono caratteristici dell’aprire un’attività di servizio catering: fra questi, spiccano assolutamente I bassi costi di apertura, che sono sicuramente più ridotti di quelli tipici di altre realtà di ristorazione. Nessun affitto di grandi locali, ad esempio; nè, com’è naturale, le corrispondenti bollette di servizio. Perfino oggetti necessari a un ristorante fin dal primo giorno, come piatti, bicchieri e tovaglie, potremo non acquistarli e limitarci a noleggiarli o farli affittare dai nostri clienti, sempre che non sia il cliente stesso a desiderare di usare i propri.

Non pensiamo però che sia tutto e solo oro, per chi decide di aprire un catering: ci son anche preoccupazioni tipiche di questo lavoro e che non toccano I titolari di ristoranti. Una di queste, per esempio, è il trasporto del cibo, che è una problematica invariabile nel catering e diventa ancora più rilevante quando si lavora all’aperto, o comunque senza una cucina sul luogo, e si deve quindi prevedere di portare con sè sia cibi caldi che cibi freddi alla giusta temperatura: pensiamo ad un pranzo in un parco, o ancora ad un coffee break in un’azienda. In questi casi l’aspetto logistico è eminente, e perchè tutto vada al meglio è necessario essere preparati e dotati di tutte le attrezzature necessarie a finire il servizio.

Soprattutto, brevemente, un’osservazione importante: non dimentichiamo mai che gettarsi in quest’avventura non è un hobby, ma un’attività – e non può quindi prescindere da ragionamenti di ordine assolutamente economico. Non stiamo più cucinando gratis per amici e parenti, ma gestiamo un’azienda: se non pianifichiamo con attenzione spese e guadagni, e quantità di cibo da cucinare (un errore comunissimo nel catering, quest’ultimo) rischiamo di veder dissolversi tutto il nostro profitto, rendendo tanta fatica antieconomica. Attenzione!

Carne Angus e Kobe: le bistecche non sono tutte uguali

Carne Angus e Kobe: le bistecche non sono tutte uguali

Sia che si voglia allestire una buona cenetta a casa propria per una sera con un po’ di amici, sia soprattutto che si decida di uscire tutti insieme a cena, ormai si pretende legittimamente di mangiare il meglio che la cucina ha da proporre: e nel campo della carne, le differenze di qualità possono essere enormi. Disgraziatamente, nondimeno, non sempre è facile scovare i tagli e le varietà migliori dai macellai, o persino nei locali; se chiedete al ristorante “carne Angus”, Milano è di sicuro fornita di posti dove trovarla, ma l’hinterland potrebbe non averne. Similmente, è più probabile che troviate della carne Kobe in un ristorante di Roma che in una osteria della campagna circostante: le carni pregiate, soprattutto di provenienza estera (ma anche la nostra ottima “fiorentina”, difficile da reperire) sono ancora un prodotto di lusso e di nicchia, la cui diffusione è sicuramente incostante.

Ma che cos’è a rendere tanto diversa e così particolare una bistecca della carne che definiamo “pregiata” da un buon taglio di una carne forse più comune, non blasonata e priva di nomi famosi e altisonanti? Non pensiamo che sia una semplice decisione, un po’ snob, di distinguersi dalla massa; la selezione delle carni ha basi molto concrete e solide, che vanno a fondarsi sull’effettiva conformazione dell’animale e sulle sue caratteristiche genetiche uniche, oltre alle particolari tecniche d’allevamento. È infatti da una combinazione di questi due fattori – l’uno intrinseco alla razza di animale che viene allevata, e l’altro derivante dalle scelte qualificate che l’allevatore fa con le proprie mandrie – che sorgono le tipicità straordinarie di carne che possiamo gustare, con tutte quelle sfumature di gusto e consistenza che ne hanno fatto la reputazione e che giustificano il loro costo e la preferenza che i loro appassionati riservano loro.

Pensiamo appunto alla carne che da qualche anno va per la maggiore nei circoli degli appassionati del manzo, la famosa “carne Angus” che nominavamo poche righe più sopra; le sue tipicità sono profonde, e vanno trovate a livello genetico. In realtà a differenziare la razza Angus, da cui prende il nome la carne stessa, è la presenza di un gene che produce grandi quantità di miostatina, una proteina che regola la crescita dei muscoli dell’animale. Nello specifico, la carne Angus è quindi caratterizzata da un alto contenuto di grassi (che la rende saporita) diffusi finemente su tutta la massa muscolare, con un singolare effetto detto di “marezzatura” dagli esperti (il che la rende favolosamente tenera).

C’è poi un’altra carne, che abbiamo nominato all’inizio di questo testo, con caratteristiche simili, e anzi, secondo alcuni, persino superiori: si tratta della carne Kobe, che viene prodotta a partire da bestie di una speciale varietà della razza Wagyu. La carne Kobe ha origine in Giappone, dove le sue peculiarità genetiche (simili a quelle appena descritte per la razza Angus, ma ancora più marcate, poiché il livello di grassi è intorno al 30% mentre nelle migliori carni dell’USDA se ne trova al massimo l’8%), responsabili della sua straordinaria tenerezza, sono state storicamente affiancate da peculiari tecniche di allevamento, come l’alimentazione arricchita con birra e l’irrorazione dell’animale con liquore di riso, fatto poi penetrare nelle carni tramite il massaggio dei quarti dell’animale da parte dell’allevatore stesso..

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