Come orientarsi nel mondo della vendita estintori

Chiariamolo: quando ci rivolgiamo a chi fa vendita estintori, stiamo già sperando di non dover mai utilizzare quel che stiamo per acquistare. Tuttavia l’acquisto di un dispositivo antincendio non è legato alla voglia di usarlo, ma alla necessità di tutelarsi dal rischio, sempre presente in ogni ambiente, dell’improvviso scoppiare delle fiamme. Gli incendi possono scoppiare senza preavviso, e in qualsiasi momento, in casa come in un capannone o in un ufficio, e come vi dirà l’azienda specializzata in vendita estintori a cui vi rivolgerete la miglior difesa da questo pericolo è quella di disporre di un estintore carico e sempre pronto all’uso.

Proprio per questa varietà di ambienti e situazioni, tuttavia, esistono tanti diversi tipi e modelli di estintore, e per chi non si occupa di vendita estintori può essere complesso orientarsi in questo mercato. Ecco una classificazione semplice ma utile fra i vari tipi di estintore, divisi in base al tipo di materiale che sta bruciando durante l’incendio stesso: vi aiuterà sicuramente a capire quale modello fa per voi!

Il primo tipo di incendio, o tipo A, è quello in cui le fiamme sono alimentate da materiali infiammabili particolarmente comuni, come il legno, la carta o la stoffa. E’ il genere di incendio per il quale si trovano comunemente in vendita estintori, e pressochè tutti i modelli in vendita sono utilizzabili per spegnerlo; è anche il tipo di incendio che più facilmente può verificarsi anche in ambienti dove passiamo molto tempo, come l’ufficio o addirittura la casa.

Nel caso degli incendi di tipo B, invece, a bruciare sono o gas, o liquidi infiammabili: non è difficile fare qualche esempio, come ad esempio gli incendi derivanti da benzina, propano, e un gran numero di solventi. La tipicità di questi incendi è che utilizzare liquidi per spegnerli può invece peggiorarli: per gestirli sono quindi in vendita estintori a secco, caricati con sostanze estinguenti in polvere.

Siamo di fronte ad un caso ancora diverso, e per il quale sono in vendita estintori di tipo specifico, quando fronteggiamo un incendio di tipo C. In questo caso abbiamo di fronte fiamme generate dalla corrente elettrica, e la difficoltà maggiore consiste nel fatto che un gran numero di sostanze conduce l’elettricità e potrebbe quindi peggiorare anche drasticamente la situazione. Fra gli incendi più pericolosi, quelli di tipo C vanno contrastati con strumenti appositi.

Arriviamo poi, per gravità, agli incendi di tipo D: quelli, fortunatamente meno comuni, dove è il metallo a bruciare. Si tratta di incendi estremamente pericolosi, perchè si possono diffondere con estrema facilità, e per spegnerli sono in vendita estintori appositi, caricati rigorosamente con polveri a secco.

Il tipo di incendio definito K è, invece, estremamente comune – ed è anche quello per tutuelarsi dal quale più spesso capita di rivolgersi a un’azienda specializzata in vendita estintori. Si tratta di incendi piccoli o piccolissimi, spesso domestici, come quelli che possono essere causati da una sigaretta incustodita o da una fiammata in cucina: sono gestibili con normalissimi estintori chimici, ma è essenziale spegnerli prima che le fiamme abbiano avuto tempo di diffondersi e diventare veramente pericolose.

State creando un sito in WordPress? 3 errori da evitare

Quando fu creato, nel 2003, WordPress era stato concepito solamente come uno strumento per rendere più semplice e comodo il blogging. Oggi, tredici anni dopo, è la piattaforma di Content Management più diffusa e popolare del mondo, ed è sfruttata da imprenditori di ogni genere e da aziende di ogni dimensione per stabilire la propria presenza online. Questo non l’ha però resa immune a errori anche banali, che potevano essere irrilevanti per un blog personale ma si rivelano decisamente più perniciosi per un sito aziendale. Ecco tre errori che spesso gli utenti WordPress commettono, e che vanno invece evitati per sfruttare al meglio la potenza, l’affidabilità e la flessibilità della piattaforma.

1. Non aggiornare regolarmente

L’uscita di un nuovo aggiornamento viene spesso considerata una seccatura, da posporre il più possibile o addirittura da ignorare, da moltissimi responsabili di un sito in WordPress, soprattutto nelle piccole e medie aziende. Del resto il sito funziona bene, perchè modificarlo? Si tratta di un errore imputabile alla poca competenza, ma non per questo meno pericoloso: gli aggiornamenti servono a dare nuove funzionalità, che diventeranno rapidamente un nuovo standard, e non applicarli significa rimanere sempre più indietro nella gara per avere la massima visibilità – e quindi raccogliere clienti!

2. Non implementare la SEO

SEO: search engine optimization, ossia tutte le operazioni necessarie a far sì che un sito web compaia fra i primi risultati di ricerca sui motori come Google per le parole chiave più legate alla sua attività. Quasi tutti lo ignorano, nel costruire un sito su WordPress; e il risultato, in un mercato così competitivo e saturo, è la quasi totale invisibilità, con gli effetti sulla raccolta di clientela che è facile immaginare.

3. Ignorare le più basilari norme di sicurezza

Internet non è un posto privo di pericoli e minacce, per quanto si possa pensare che siano solamente i siti delle multinazionali e degli enti governativi a correre il rischio di cadere vittima di hacker. Non è infatti solo per rubare i segreti custoditi in un sito web che un hacker può decidere di infiltrarcisi, ma anche soltanto per utilizzarlo come punto di lancio di e-mail di spam, o perfino soltanto come dispetto. Fra le norme di sicurezza più banali, ma che tantissimi utenti su WordPress ignorano, c’è sicuramente quella di modificare il nome utente di default, che WordPress imposta su “admin”; ogni utente che non lo modifica lascia socchiusa una porta, rinunciando a metà della sicurezza offerta dal sistema nome utente-password. Non fatelo anche voi!

I sensori di prossimità induttivi a fattore 1

Sebbene il termine “sensori di prossimità” possa istintivamente evocare alla mente del profano un senso fortissimo di modernità estrema, facendogli pensare che sta discutendo di dispositivi appena sviluppati ed entrati sul mercato, la realtà è che alcuni di questi oggetti, come i sensori di prossimità induttivi, sono già ampiamente usati da decine di anni, nel settore industriale, per percepire la vicinanza di oggetti metallici, sia in un impianto che a bordo di un macchinario specifico.

Ad aver fatto conquistare ai sensori di prossimità induttivi questa forte diffusione e popolarità in un gran numero di differenti settori industriali è stata essenzialmente la loro caratteristica principale: quella di poter funzionare a distanza, senza alcun contatto. Nell’ambito industriale, infatti, un dispositivo che non ha contatti con altro è un dispositivo che non è sottoposto a usura meccanica, e quindi ha una vita utile molto più lunga senza richiedere manutenzione o sostituzione; oltre a questo, soprattutto nei macchinari più complessi, la capacità di percepire la presenza di oggetti metallici senza contatto tipica dei sensori di prossimità induttivi permette molta più libertà nella progettazione della macchina stessa, aprendo nuove possibilità.

Non si deve però pensare che il “funzionamento a distanza” di cui stiamo parlando, pur preziosissimo e caratteristico dei sensori di prossimità induttivi, sia illimitato e privo di qualsiasi mancanza; ogni macchina o dispositivo ha dei limiti. Nel caso dei sensori di prossimità induttivi, ad esempio, a determinare la distanza effettiva alla quale sono in grado di percepire la presenza di oggetti metallici sono due fattori, ossia le dimensioni della sonda e la natura – ferrosa o non ferrosa – dell’oggetto da percepire. Per avere una distanza maggiore occorrono sonde più grandi; e allo stesso modo, gli oggetti metallici non ferrosi vengono percepiti dai sensori di prossimità solo a distanze più ridotte. A seconda delle specifiche esigenze applicative, questo può richiedere ai progettisti di sviluppare soluzioni molto particolari nei macchinari.

Esiste però una tipologia di sensori di prossimità induttivi che è esente da questo ultimo problema, e che sta quindi rapidmente guadagnando popolarità nelle applicazioni industriali: si tratta dei sensori di prossimità induttivi a Fattore 1. Questi sensori infatti sono in grado di percepire all’identica distanza oggetti composti di qualsiasi metallo, anche non ferroso: una caratteristica che porta due benefici. Da un lato, infatti, questi sensori di prossimità possono svolgere più funzioni, e semplificano quindi l’approvvigionamento di parti che un tempo dovevano essere differenti; e dall’altro, poiché permettono più flessibilità nel montaggio (avendo una distanza operativa più alta, il progettista ha un raggio più ampio dall’oggetto in cui poterli installare), possono essere posti in posizioni particolarmente sicure nel macchinario, proteggendoli da impatti accidentali e conseguenti rotture e andando quindi ad abbassare i costi di manutenzione generale. Queste caratteristiche stanno facendo sì che i sensori di prossimità induttivi a Fattore 1 stiano, ad esempio, conquistando il settore degli impianti di produzione di automobili.

La pectina: non solo per le marmellate

Tutti la conosciamo per avere visto usare la pectina almeno una volta, in casa, per addensare una marmellata risultata troppo fluida: questo agente gelificante estratto dalla frutta tende a legarsi con l’acqua in ambiente acido, soprattutto se zuccherino, e quindi ha spesso questo impiego. Ma esistono anche altri utilizzi per questa sostanza: eccone cinque che forse non conoscevate!

Come agente disintossicante
Negli ultimi anni, molti studi tesi a scoprire come abbassare la tossicità dei metalli pesanti e dei farmaci hanno iniziato a incorporare nelle procedure l’ingestione di gelatine a base di agrumi, e ingerire pectina in polvere sciolta in succo di frutta si è dimostrato un elemento importante e potente nei programmi di disintossicazione rigorosi. La pectina si lega infatti a svariate sostanze chimiche nel corpo, addensando i sottoprodotti di scarto e impedendo quindi al corpo di assorbirle e rimanerne intossicato.

Come preservatore degli aromi
L’eccessiva cottura di qualsiasi alimento ne altera spesso irrimediabilmente il sapore: per la frutta fresca, specialmente quando utilizzata nelle caramelle o nei dolci, questo è particolarmente evidente, e porta sovente ad un prodotto finito di sapore troppo blando. L’aggiunta di pectina in cottura ne accorcia i tempi, e preserva significativamente il sapore originale del frutto: un esempio classico e di grande evidenza si ha con le crostate di fragole, che acquistano così un sapore molto più fresco e intenso.

Come preservatore dei colori

Quanto detto per i sapori dei cibi e la cottura prolungata vale anche di più per il loro colore brillante. Per fortuna, la pectina anche qui viene in aiuto: sempre accorciando i tempi di cottura necessari aiuta i cibi a mantenere tutto il loro originale arcobaleno di colori. Questo non soltanto rende i cibi più belli da vedere e appetibili, ma permette anche di evitare l’aggiunta di coloranti artificiali, con evidenti ricadute positive sulla salute.

Come addensante

L’aggiunta di pectina rende rapidissimo l’addensamento di salse e zuppe, sia in ambito industriale che sui fornelli della nostra cucina domestica. Sotto l’azione del calore, infatti, la pectina gelifica, legandosi alle molecole del cibo; questo processo si fa ancora più intenso in presenza di zuccheri semplici, e permette di ottenere zuppe e salse dense e cremose senza rovinarne il sapore con cotture lunghissime.

L’auto costa troppo? Noleggiamola

Molti si domandano perchè dovrebbero, anziché acquistarla, noleggiarla. Le risposte possibili sono tante, ma proviamo con una domanda:

Vi siete mai fermati a ragionare, anche solo per curiosità, su quanto costi oggi come oggi possedere un’automobile?

Perchè siamo onesti: che un’automobile vi occorra, magari anche non di lusso, anche soltanto un’utilitaria o una piccola familiare, è indiscutibile, se non in casi rarissimi. I trasporti pubblici funzionano bene, dove funzionano, fino ai limiti cittadini; spostarsi da una città all’altra è improponibile, specie per lavoro, dati i tempi e le complicazioni che ne derivano. Di fronte, quindi, alla necessità evidente di avere un’automobile a disposizione, è inevitabile porsi il problema di quanto costi. E anche senza scendere in cifre – troppo variabili, in base all’utilizzo, al modello, alla cilindrata – elenchiamo un po’ di “centri di costo” legati al possedere un’auto anziché noleggiare la macchina con Dexcar.

Innanzitutto, ovviamente, l’automobile dovete acquistarla. Talvolta lo farete in un’unica soluzione, più spesso a rate: ma la spesa, nel secondo caso, cresce del valore degli interessi.
Poi dovrete immatricolare la vostra vettura, secondo le norme di legge: altre spese.
A questo punto dovrete sottoscrivere l’assicurazione obbligatoria – l’RC Auto – e inoltre, se la vettura è nuova, vorrete anche proteggerla con un’assicurazione contro furto e incendio.
E per finire, dovete preventivare i costi periodici legati alla revisione obbligatoria.

Tante spese, vero? Ma rileggetele e scoprirete il fatto più terribile: tutti questi costi non vi hanno ancora permesso di muovervi di un centimetro da casa vostra! Sono legati solamente al fatto di possedere l’automobile. Per usarla – e del resto, che altra ragione avreste di possedere un’auto? – dovete anche considerare, nel totale, le spese di manutenzione – sempre una variabile difficile da calcolare – e soprattutto quelle, sempre più gravose, legate al carburante.

Il totale? Come abbiamo detto, è variabile, certo: ma se vogliamo fare una media, possiamo dire che assomma a circa il 25% del vostro reddito familiare. Tanto. Tantissimo, se consideriamo che le spese alimentari, in media, non raggiungono il 20% del reddito: e una spiegazione del perchè tanta gente decide di noleggiare l’auto. Con il noleggio lungo termine, infatti, tutti i costi di cui abbiamo parlato fanno parte del pacchetto. In questo modo ci si libera di tutte le spese e si continua a godere dell’unico vero aspetto importante del possedere un’autovettura, ossia utilizzarla per spostarsi come occorre, per lavoro o per svago.

Il noleggio dell’auto è la risposta non soltanto al costo di acquisto dell’auto, ma anche e soprattutto a tutte le spese vive che il suo possesso comporta, e che gravano molto di più, nel lungo termine, sul bilancio familiare.

Piattaforme di pesatura: un acquisto da valutare con attenzione

In molti casi, capita che gli acquirenti commettano errori di valutazione nell’acquistare le piattaforme di pesatura necessarie alla propria attività: il mercato offre infatti svariati modelli, e non è semplice orientarsi per chi non sia uno specialista del settore, ma si trovi comunque ad averne la necessità. Ecco alcuni dei punti fondamentali da tenere presenti nell’acquisto.

La portata

Le piattaforme di pesatura vengono utilizzate in campi diversi, e sono quindi disponibili con portate nettamente differenti a seconda dell’esatta applicazione per cui verranno impiegate. Il range è molto ampio: esistono piattaforme di pesatura tarate per pesi inferiori ai cinque quintali, così come modelli che possono ampiamente superare le 25 tonnellate di portata. Le più comuni si attestano intorno alle 3 tonnellate; esistono poi diversi tipi di scala, a seconda della precisione richiesta alla piattaforma di pesatura stessa.

Per operare una scelta corretta, è necessario tenere però conto non soltanto del peso che normalmente capita di dover gestire nell’attività quotidiana: le piattaforme di pesatura che acquistiamo dureranno anni, e dobbiamo quindi tenere presenti le nostre prospettive di crescita, i lavori eccezionali, e la ciclicità del lavoro stesso, per scegliere un modello capace di gestire i carichi senza danni e malfunzionamenti.

La dimensione

La grande maggioranza delle piattaforme di pesatura utilizzate a livello industriale è di forma quadrata o rettangolare, in quanto si tratta delle sagome più pratiche per effettuare le operazioni di pesatura. Fra le misure standard ci sono 1.5 x 2 m, e 3 x 5 m, a seconda del tipo di oggetti da pesare (che possono essere grosse casse così come interi veicoli da carico). Il profilo della piattaforma si eleva poco dal livello del pavimento, solitamente intorno alla quindicina di centimetri, ma esistono anche modelli ribassati con spessori inferiori ai dieci centimetri; è inoltre possibile realizzare delle piccole rampe di salita intorno alle piattaforme di pesatura , così da facilitare il carico dei pesi sulle stesse.

Le certificazioni

Le piattaforme di pesatura producono misurazioni che spesso devono avere un valore legale; questo richiede naturalmente che siano certificate, a monte, da enti preposti alla garanzia dell’esattezza dei valori da loro restituiti ad ogni misurazione. Poiché naturalmente questo criterio è strettamente dipendente dalla natura del lavoro svolto dalla vostra azienda, sarà consigliabile informarvi sulla presenza di norme in tal senso, e nel caso ne abbiate necessità acquistare delle piattaforme di pesatura dotate delle necessarie certificazioni.

La durata

Le piattaforme di pesatura svolgono una funzione che le sottopone ad uno stress e ad un carico continui, il che è ovviamente una prova difficile per qualsiasi dispositivo meccanico o elettronico. Naturalmente tutti i prodotti di qualità hanno durate accettabili nel tempo, e scegliere un modello correttamente calibrato sulle reali esigenze di lavoro aiuterà a farlo durare più a lungo, ma nella scelta delle voste piattaforme di pesatura scegliete sempre modelli in acciaio inossidabile, e possibilmente trattati per resistere anche alle intemperie, soprattutto se dovranno essere utilizzati all’aperto – come per la pesatura degli autocarri. L’investimento iniziale maggiore sarà sicuramente ripagato da una vita operativa molto più lunga e da costi di manutenzione nettamente inferiori.

Definire il proprio mercato: una mossa da esperti

“La nostra clientela ideale? Tutti!”

Vi sembra un motto intelligente, una buona strategia aziendale? Ecco: in realtà, potrebbe essere l’epitaffio di molte piccole aziende. Vendere a tutti significa necessariamente non offrire nulla di particolare, di speciale, di veramente unico e utile (non tutti lo comprerebbero) oppure cercare di mantenere una gamma di prodotti e servizi immensa e quindi costosissima, che nessuna piccola azienda può permettersi se vuole avere un livello di prezzi sostenibile.

“Ma quindi” commenteranno molti, un po’ scandalizzati “in un mercato già in crisi come questo, dovremmo attivamente ridurre il nostro parco clienti potenziali più di quanto già non sia? Ma è un suicidio!”
No, al contrario. È logica. Siccome non disponete di un budget infinito (o la crisi non sarebbe un problema), e quindi non potete fare contenti davvero tutti, cercare di rimanere aperti alla clientela generica vi espone agli attacchi costanti di concorrenti più specializzati, capaci, e che offrono servizi e prodotti calibrati per le specifiche esigenze di una fetta della vostra clientela – erodendola in maniera insanabile. Chi vi rimane? Vi rimane chi non ha un grosso interesse nel prodotto (e quindi vi fa perdere un sacco di tempo per poi fare acquisti minimi, se ne fa) o peggio ancora chi è alla caccia solamente del prezzo migliore (e quindi vi mollerà appena un vostro concorrente gli farà un’offerta anche solo marginalmente inferiore). Non vi pare una scelta molto più sicura quella di selezionare la vostra clientela in modo da sapere che in quel campo dominate?

Siccome non potete diventare il pesce più grosso nell’oceano, dovete ridurre quell’oceano a uno specchio d’acqua più piccolo, ma dove siate davvero i più grossi e forti. Ci sarà meno pesce in circolazione: ma sarete perfettamente adattati per poterlo catturare tutto voi. Se diventate gli esperti, ad esempio, della riverniciatura case in qualsiasi stagione e in due giorni di tempo, certamente non avrete fra i clienti chi vuole dipingere solamente una stanza e pagare il meno possibile, ma tutti i clienti che hanno fretta e possono spendere un po’ di più saranno vostri. E per un servizio così specializzato potrete anche chiedere cifre nettamente superiori, e lavorerete con una clientela molto meno abituata a creare complicazioni – o perlomeno, con clienti che pagano abbastanza da giustificarle.

Il procedimento di nichelatura con nichel chimico

La nichelatura è una procedura comunissima nel campo dei trattamenti superficiali dei metalli, e viene praticata essenzialmente per proteggere un oggetto metallico dalla corrosione e dall’usura ricoprendolo, appunto, di un sottile strato di nichel, così da conferire all’intera superficie le superiori proprietà di questo materiale. Due sono i procedimenti utilizzati in questo campo: uno, più tradizionale, che fa uso dell’energia elettrica, e un altro che sta conquistando sempre maggior popolarità, ossia quello con nichel chimico.

Il procedimento a nichel chimico prevede essenzialmente un bagno specifico, mantenuto ad alta temperatura, intorno ai 90° Celsius, nel quale l’oggetto viene immerso per il tempo necessario alla formazione dello strato protettivo, e quindi tanto più a lungo quanto più si richiede che tale strato sia spesso e resistente: una decisione che dipende fondamentalmente dallo scopo della nichelatura, che può essere condotta sia per motivi estetici, così da permettere una finitura lucida e a specchio, sia per motivi meccanici di protezione di un particolare metallico.

Esiste anche una nichelatura condotta a temperature molto più basse, intorno alla temperatura ambiente, ma solitamente questo tipo di nichel chimico viene utilizzato come base, e non come finitura: questo è anche il caso della nichelatura di oggetti che non possono sostenere temperature particolarmente elevate, e anche la durata è limitata a circa dieci minuti – il che ovviamente risulta in uno strato di nichel molto sottile.

Naturalmente, prima di effettuare il bagno in nichel chimico, il pezzo – pensiamo ad esempio ad un paraurti di una macchina d’epoca – dovrà essere sottoposto ad un decappaggio completo, per eliminare qualsiasi traccia di grasso; ma fatto questo, la semplice immersione sarà sufficiente, senza ulteriori complicazioni, per permettere al nichel di depositarsi in uno strato uniforme e resistente sull’intera superficie dell’oggetto, proteggendolo da graffi e corrosione, qualsiasi sia la geometria, anche negli angoli più nascosti – il che rappresenta il maggior vantaggio della procedura a nichel chimico rispetto a quella elettrolitica.

Generare i contatti: un metodo per ogni dito

Avete il problema di ogni azienda: trovare un modo per attirare clienti e generare nuovi contatti. Non siamo più in un mercato in cui per questa attività fondamentale ci si possa affidare alla fortuna, e meno che mai sperare che i clienti arrivino da soli, come per magia: è fondamentale studiare un piano solido e strutturato intorno al quale costruire lo sviluppo della vostra azienda. E fra i tantissimi metodi che esistono – e che aumentano ogni giorno – ne abbiamo scelti per voi cinque, facili da ricordare associandoli alle dita della mano, e strutturati proprio per diventare più forti quando usati in concerto – come le dita della mano si possono trasformare in un solido pugno lavorando insieme. Scopriamoli!

1. La chiamata a freddo

Non la ama nessuno, e sicuramente pensare di fare telefonate a freddo ad un intero elenco di aziende, come si faceva vent’anni fa, non è più una strategia accettabile – o redditizia. Ma di per sé non bisogna sottovalutare in toto il metodo soltanto perché richiede un po’ più di pianificazione rispetto ad un tempo. Anzichè sprecare tempo a chiamare tutte le voci di un elenco, mettetevi a tavolino e ragionate su quella lista, selezionando in base a quali aziende vi sembrano più adatte, per caratteristiche e profilo, a diventare vostre clienti. Sarà tempo ben speso, perché poi il tasso di conversione delle telefonate aumenterà, e con una frustrazione molto minore per chi telefona.

2. La pubblicità tradizionale

Sulle riviste, in televisione, in radio, sui cartelloni autostradali, pay-per click, banner sui siti: la pubblicità non smette di esistere e non smette di funzionare, anche se i modi più efficaci di usarla cambiano continuamente. Il mercato “di massa” non esiste più – almeno non nell’accezione in cui esisteva, per dire, negli anni ’50 o ’60 – ed è necessario studiare più approfonditamente dove posizionare la propria pubblicità, e come costruirla, nel mondo fisico e in quello digitale. Ma fatto questo lavoro, i risultati arrivano eccome!

3. Partnership

Come il cacio sui maccheroni: ci sono volte in cui due realtà commerciali si adattano perfettamente, fornendo servizi o prodotti correlati o complementari, ciascuno con la propria competenza, associandoli in un’offerta irrinunciabile. Scoprite un partner che vi permetta di fare esattamente questo, senza temere le difficoltà e il tempo che necessariamente saranno coinvolti nella pianificazione: starete costruendo un canale che, da solo, e senza bisogno di particolari impegni, farà sì che il vostro prodotto sia più appetibile, e che molte vendite del vostro partner diventino, automaticamente, vendite anche per voi!

4. Passaparola

Vale solo per le piccolissime aziende, è poco professionale, non funziona?
No, ripensateci. Il canale del passaparola è in realtà uno dei più potenti e affidabili che esistano nel mondo del marketing. Pensateci: qualsiasi messaggio diffondiate voi, si potrà sempre pensare che è di parte, pagato, insincero. Ma se un cliente, dopo aver comprato, è tanto soddisfatto e orgoglioso della scelta da parlare di voi spontaneamente e con piacere, anche il più sospettoso dei clienti potenziali dovrà accettare che qualcosa di buono lo offrite di certo.
Date modo ai clienti di farvi del passaparola. Rendeteglielo semplice: chiedete loro dei contatti, quando sono soddisfatti, e date loro un modo semplice – un link nelle e-mail, un bottone sul sito, dei post da condividere sui social network – per parlare di voi.

5. Content marketing

Il marketing è prendere? Prendere clienti, contatti, attenzione? Non sempre. Nel content marketing si parte dal donare: donare contenuti utili e interessanti, che siano analisi di mercato, newsletter informative, studi su settori specifici, video… qualcosa che dia al cliente un’utilità che va al di là del proporre il vostro prodotto. È un canale che è esploso con lo sviluppo del web 2.0, e si sta dimostrando potentissimo. E voi avete sicuramente qualcosa di utile da dire: fatelo subito!

I test per endotossina batterica per i prodotti sterili

Nel campo dei test di sterilizzazione, ricoprono un ruolo di significativa importanza i test per endotossina batterica. Queste tossine sono pirogeni generati dai batteri, e si trovano nelle membrane esterne che contengono lipopolisaccaridi. Quando entrano in contatto con il sangue, o con il fluido cerebrospinale, possono causare un aumento della temperatura corporea, uno shock settico, e perfino la morte. Si tratta di sostanze pericolosissime perché di grande potenza, stabili al calore, e in grado di superare molti filtri di sterilizzazione; inoltre, avendo natura puramente chimica, non vengono rilevate da molti test generici.

Il test di sterilizzazione per l’endotossina batterica è quindi uno degli esami specifici a cui devono esser sottoposti, in base alla Farmacopea, tutti i prodotti sterili e i dispositivi medici che devono essere impiantati nel corpo: questo per evitare effetti nocivi che vanno dalla febbre , alla distruzione delle cellule endoteliali, fino a bassa pressione per aumentata permeabilità dei vasi sanguigni. Questo test utilizza amebociti che sono in grado di identificare livelli pericolosi di frammenti di cellule batteriche potenzialmente carichi di tossine. Ne esistono tre modalità principali:

1. Gel-clot, che combina l’amebocita e l’endotossina in vitro, e produce coagulazione se questa è presente;
2. Turbidimetrico, dove viene valutato il tasso di crescita della torbidità in diretta proporzione con la concentrazione della sostanza nociva;
3. e cromogenico, che verifica il viraggio al giallo di uno specifico complesso rispetto ad una scala standard per misurare la presenza o meno della tossina.

Il secondo e terzo tipo di test sono valutazioni fotometriche; il test turbidimetrico genera molti falsi positivi, mentre quello cromogenico è vulnerabile a troppe sostanze diverse, il che lo rende spesso inefficace. Il test più sicuro e preciso è sicuramente il gel-clot. Purtroppo, questo è anche non automatizzabile, richiede significativo dispendio di tempo, ed è soggetto a denaturazione delle proteine, alterazioni del pH e azione di vari inibitori chimici e fisici.

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