Uw, Ug, Uf e claim green: 6 voci da leggere prima di firmare

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La scheda tecnica di una finestra in PVC ha un vizio antico: sembra chiara finché non la si legge davvero. Tre sigle, due numeri in evidenza, una manciata di parole come green, riciclabile, certificato, e il gioco è fatto. Chi compra pensa di confrontare prodotti simili. Spesso confronta pezzi diversi dello stesso problema.

La confusione nasce quasi sempre dalla carta. Il valore più basso viene messo in prima fila, la sigla più favorevole diventa il titolo, il resto finisce in corpo piccolo. Però una finestra non si giudica dal numero più bello. Si giudica dal numero giusto, dalla norma con cui è stato ottenuto e da quello che il produttore dichiara nero su bianco sotto la propria responsabilità.

Uw, Ug, Uf: tre sigle, un errore ricorrente

Uw è la trasmittanza termica dell’intero serramento. Ug riguarda solo il vetro. Uf riguarda il telaio. Qui cade il primo abbaglio: il dato che conta per capire come si comporterà la finestra nel suo insieme è Uw, non Ug e non Uf presi da soli. Se la brochure urla Ug 0,5 W/m²K e sussurra Uw 1,2 W/m²K, il dato utile è il secondo. Chi compra una finestra non compra il centro del vetro. Compra vetro, telaio, canalina, nodo tra i componenti e dimensione reale del serramento.

Su questo non c’è spazio per l’opinione. Il calcolo della trasmittanza termica dei serramenti è disciplinato dalle norme UNI EN ISO 10077-1 e UNI EN ISO 10077-2. La prima definisce il metodo generale, la seconda entra nel dettaglio del telaio. Perché serve saperlo? Perché due finestre con lo stesso vetro possono avere Uw diversi a causa del profilo, della canalina distanziatrice, della geometria del telaio e persino delle dimensioni considerate nel calcolo. Un’anta piccola e fissa spesso mostra valori migliori di una finestra più grande e apribile. Confrontarle come se fossero la stessa cosa è il modo più rapido per farsi vendere un numero, non un prodotto.

Cosa chiedere al rivenditore

La domanda utile è secca: il valore Uw a quale misura si riferisce, con quale vetro ed è calcolato secondo UNI EN ISO 10077-1/2? Se la documentazione di gamma descrive famiglie di prodotti e configurazioni, il confronto serio riparte sempre dalla versione completa del serramento, e la scheda tecnica di https://www.mondelliportefinestre.com/ mostra bene come una gamma strutturata presenti configurazioni diverse. E c’è un altro punto: sul mercato si trovano finestre in PVC con Uw fino a 0,75 W/m²K. È un benchmark credibile, non una promessa valida per tutto. Se il dato esibito è eccellente ma manca la configurazione con cui è stato ottenuto, quel numero serve più al marketing che al cantiere.

Marcatura CE: non è un premio, è il minimo sindacale

La marcatura CE viene spesso raccontata come se fosse un attestato di eccellenza. Non lo è. È il requisito che collega il serramento a una dichiarazione di prestazione, a un produttore identificabile e a caratteristiche dichiarate secondo il quadro normativo applicabile. In pratica, dice che qualcuno si assume la responsabilità di ciò che dichiara. Senza questa base, la scheda tecnica resta un foglio ben impaginato. Con questa base, almeno si può controllare se i dati esistono davvero e se appartengono a quel prodotto, non a una famiglia generica o a un campione fortunato.

Il punto non è romantico. È documentale. E quando la documentazione manca, il problema arriva tardi: contestazione sul valore prestazionale, dubbi sulla fornitura, difficoltà a ricostruire che cosa sia stato ordinato e installato. Succede più spesso di quanto si ammetta al banco vendita.

Cosa chiedere al rivenditore

La richiesta giusta è la Dichiarazione di prestazione associata al serramento proposto, non una descrizione commerciale della linea. Meglio ancora se il rivenditore indica con precisione quale prestazione è dichiarata per quella configurazione: trasmittanza, permeabilità all’aria, tenuta all’acqua, resistenza al vento. Non serve una lezione di normativa. Serve un foglio coerente con ciò che si sta comprando. Se il materiale che arriva è generico, oppure cambia profilo e cambia vetro ma il valore resta identico, una domanda va fatta. E va fatta prima dell’ordine.

PVC riciclabile e PVC riciclato non sono sinonimi

La parola riciclabile piace perché non impegna troppo. Dice che il materiale può entrare in una filiera di recupero. Vero, nel caso del PVC rigido dei serramenti. Ma non dice che quel profilo contenga già materiale recuperato. Riciclato, invece, indica una quota effettiva di materia seconda già presente nel prodotto o nella filiera. È una differenza piccola sulla carta e molto meno piccola nella sostanza. Un claim green che si ferma a riciclabile racconta una possibilità. Un claim che parla di contenuto riciclato o di circuito di recupero racconta un fatto, e i fatti sono verificabili.

Sulla filiera esiste un dato utile per togliere un po’ di nebbia. Secondo PVC Forum Italia, la quantità di PVC riciclato è più che quadruplicata tra il 2007 e il 2016. Non è una frase da depliant: dice che il recupero del materiale nella filiera c’è, cresce e ha una base industriale. Ma proprio per questo il lessico va usato bene. Se un venditore parla di sostenibilità, la domanda non è se il PVC sia riciclabile. La domanda è quanta parte del sistema produttivo usa PVC riciclato, da quale flusso proviene e come viene dichiarato. VinylPlus Italia insiste da anni su questo passaggio: la sostenibilità non sta nel colore della parola, sta nella tracciabilità del materiale.

Cosa chiedere al rivenditore

Meglio evitare domande vaghe tipo è un prodotto green? Molto meglio chiedere se il profilo contiene PVC riciclato, se il dato è dichiarato dal fornitore del sistema e se si parla di riciclo pre-consumo, post-consumo oppure di semplice riciclabilità del materiale. Sono parole simili, ma in scheda tecnica cambiano parecchio. E cambiano anche il peso reale della promessa commerciale.

Profili senza piombo: come si verifica davvero

Il tema del piombo nei profili in PVC viene trattato spesso con due toni opposti: allarmismo da una parte, rimozione dall’altra. La strada seria è più banale. Il riferimento da tenere a mente è il regolamento REACH: la restrizione europea sul piombo come stabilizzante nel PVC è stata introdotta e poi estesa anche ai prodotti importati. La Commissione europea ha chiarito il perimetro della misura, mentre il contesto è stato ripreso anche da fonti di settore e di agenzia come ANSA e Polimerica. Tradotto: non basta sentir dire che il profilo è europeo, moderno o conforme a parole. Serve una dichiarazione che lo attesti.

Come si controlla, quindi, l’assenza di piombo nei profili? Non con lo slogan lead free stampato in grande, da solo. Si controlla chiedendo la dichiarazione di conformità al REACH del sistema o del fornitore del profilo, verificando che il produttore sappia identificare il compound utilizzato e, quando la fornitura lo richiede, chiedendo un rapporto di prova o una documentazione di laboratorio di terza parte. Non è pignoleria. È la differenza tra una frase commerciale e una responsabilità tracciabile. E sì, vale anche per l’importazione: la norma non si ferma alla frontiera solo perché l’etichetta è ben fatta.

Alla fine la lettura corretta di una scheda tecnica si riduce a poche domande scomode. Qual è il vero Uw e come è calcolato? Dov’è la marcatura CE con la sua dichiarazione? Il PVC è solo riciclabile o contiene materiale riciclato? Esiste una prova documentale sull’assenza di piombo? Se queste risposte non arrivano, oppure arrivano in modo vago, il problema non è la finestra in PVC. È la documentazione che non regge il peso di quello che promette.