Comprendere e superare la cefalea cronica

La cefalea cronica rappresenta una malattia spesso sottovalutata, ma che interessa una proporzione rilevante della popolazione mondiale: secondo alcune stime, la prevalenza di questo problema si attesta, in media, attorno al 4%. Ne consegue che, solo in Italia, la cefalea cronica affligge decine di migliaia di persone.
Il mal di testa peraltro, proprio perché per sua natura è un disturbo soggettivo spesso poco apparente agli osservatori esterni, viene ingiustamente considerato un “problema minore” facilmente superabile con un analgesico. Quante volte il cefalalgico cronico si è sentito dire “anche a me ogni tanto viene il mal di testa, ma non faccio tutte queste storie, e con un analgesico mi passa”?

Che cos'è la cefalea cronica da un punto di vista medico?

La cefalea cronica viene definita clinicamente come un dolore alla testa che persiste per almeno quindici giorni al mese (dunque un giorno su due in media) per almeno tre mesi consecutivi. Sulla base della natura e della tipologia di dolore – emicranico, tensivo, a grappolo ecc. – questa potrà essere ulteriormente classificata in altrettanti varianti. Tra queste, l’emicrania cronica, per la sua intensità e il suo potere invalidante, viene considerata una delle forme più temibili, capace di portare ripercussioni significative sul piano personale, emotivo, familiare e persino lavorativo-sociale.

Che cosa è l’emicrania cronica?

Secondo la definizione sopra riportata, per poter parlare di emicrania cronica è necessario che almeno otto dei quindici giorni mensili necessari per la diagnosi siano inquadrabili come “emicrania”. La distinzione potrebbe non essere così agevole, anche perché non sempre il Paziente riesce a distinguere con certezza le caratteristiche del dolore in termini di distribuzione, intensità esordio e così via. Un diario della cefalea, redatto con cura, può comunque aiutare nella diagnosi, ma non bisogna dimenticare che la soggettività della percezione dolorosa e la parziale sovrapponibilità della sintomatologia rende quest’opera particolarmente difficoltosa. Un buon indizio potrebbe essere rilevato dall’eventuale risposta ai triptani (farmaci specifici per il trattamento dell’emicrania), ma in caso di cronicizzazione e di abuso di farmaci un eventuale miglioramento (o mancato miglioramento) in seguito alla loro assunzione deve essere interpretato con massima cautela.

In genere, chi soffre di emicrania cronica nei giorni in cui non è presente un attacco lamenta comunque una serie di disturbi aspecifici, come stanchezza, difficoltà nella digestione, nausea, mal  di collo, sintomatologia ansiosa e depressione. Ad oggi, fortunatamente, esistono farmaci capaci di prevenire gli attacchi dolorosi eliminando, o più plausibilmente riducendo, il numero di attacchi mensili. Si tratta tuttavia di terapie che devono essere accuratamente valutate e prescritte da uno specialista in neurologia, previa una adeguata informazione e discussione del caso con il Paziente stesso.

Quando la cefalea nasce dall’abuso

Si parla di cefalea da abuso in tutte quelle situazioni in cui il paziente si avvale dell’impiego di farmaci analgesici in modo pressoché continuo o subcontinuo. Oltre ai criteri diagnostici per la cefalea cronica, già illustrati, deve essere soddisfatto anche il criterio della continuità nell’assunzione di farmaci, inclusi i farmaci triptani: almeno 10 giorni al mese (ovvero circa un giorno su tre). Molto spesso i Pazienti “scivolano” inconsapevolmente in un abuso farmacologico senza rendersene conto. Se è vero che ci sono persone con una soglia dolorosa particolarmente bassa, molti cefalalgici si impegnano, per quanto possibile, nel limitare al massimo l’assunzione di farmaci. Nonostante ciò, l’andamento altamente invalidante del problema porta ad assumere inconsapevolmente dosi sempre più ravvicinate di farmaci, fino a quando si arriva ad un vero e proprio abuso. A questo punto, però, è già troppo tardi perché il paziente riesca a risolvere da solo la situazione.

In tutti questi casi, comunque, è necessario escludere qualsiasi altra situazione patologica capace di determinare mal di testa, come purtroppo avviene in molte condizioni latenti e caratterizzate da disturbi aspecifici: tra queste occorre prendere in considerazione le disfunzioni della ghiandola tiroide.

Analogamente a quanto avviene in molte situazioni dolorose persistenti, i soggetti colpiti da cefalea cronica vanno incontro ad alterazioni funzionali e strutturali a livello cerebrale, dimostrate anche da studi in vivo come la tomografia ad emissione di positroni. Tra le anomalie, è stata riscontrata una riduzione delle attività a livello di specifiche aree cerebrali, alterazione fortunatamente reversibile al momento in cui il soggetto migliora ed arriva a sospendere i farmaci. Ecco perché risulta particolarmente difficile interrompere il “circolo vizioso” dell’assunzione di farmaci: non tanto per scarsa volontà da parte del Paziente, ma proprio per alterazioni a livello cerebrale.

Se è vero che il trattamento della cefalea cronica richiede tempo, è possibile favorire quanto più possibile il processo di guarigione: il primo passo è indubbiamente quello di riconoscere di avere un problema. Sembrerà strano, ma conoscere “cosa” si combatte aiuta indubbiamente ad affrontare al meglio la situazione, senza incolpare eventi o situazioni esterne o rimanere vittima della convinzione di essere particolarmente sfortunati o cagionevoli. Il medico specialista in neurologia di fiducia saprà darvi tutte le indicazioni per interrompere l’abuso di analgesici (paradossalmente spesso aiutandosi…con altri farmaci!). Al Paziente non resterà altro che seguire le indicazioni fornite, cercando nel contempo di perseguire semplici norme comportamentali per ridurre l’incidenza degli episodi dolorosi, come ad esempio mantenere un sonno regolare, assumere alimenti ad elevato valore nutritivo ed evitare abusi (alcool e caffeina).

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